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Emilio Marco Colombo: “Oltre i 100 km, distanze che mi facevano paura e adesso sono normali”

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«Tagliare il traguardo di una gara è come chiudere un cerchio… essere partiti ed essere arrivati alla fine. A volte dispiace che sia finita, perché è durata troppo poco. Forse è per questo motivo che si cercano le distanze lunghe, perché durano più tempo!». Chi ama profondamente natura e montagna desidera coinvolgere pienamente tutto se stesso: grazie a questo spirito Emilio Marco Colombo, corridore di ultra trail e tesserato per la Carvico Skyrunning, riesce a correre per oltre 100 chilometri. 

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photo credit Cinzia Corona – [email protected]

Emilio Marco Colombo, atleta del team Carvico Skyrunning, con il tempo si è specializzato in corse fino ai 125 km. Sorride mentre spiega che più volte ha concluso una gara all’ultimo posto, ma per lui non conta il risultato, quello che lo spinge è la passione. Conosce molto bene i suoi limiti, ci tiene a sottolineare che non ci si può improvvisare trailer: almeno un’ora di allenamento al giorno in settimana (lavoro permettendo) e sfruttare il più possibile il weekend, nel suo caso cercando di correre almeno dieci ore, inserendo una notte fuori, per abituarsi al buio che troverà anche in gara. Si allena soprattutto sui Colli di Bergamo, ma quando può va in montagna.

Emilio ha iniziato solo una decina di anni fa a correre sui sentieri, ma la passione per la montagna è nata molto prima. Pur essendo nato nel Milanese, la sua famiglia gli ha trasmesso già da bambino l’amore per la natura; amore poi sbocciato pienamente alcuni anni più tardi. «Da giovane ero un mezzofondista, ma mai avevo pensato di correre in montagna, anche se con mia moglie facevamo trekking. Un giorno, alcuni amici mi hanno proposto di fare una skyrace di 20 km e da lì è nata una sorta di gioco: avendola portata a termine con successo, abbiamo provato ad aumentare sempre di più la distanza da percorrere. Così, gradualmente, nel giro di un paio d’anni sono arrivato a correre più di 100 km. All’inizio mentalmente queste distanze mi facevano paura, adesso sono normali».

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photo credit Cinzia Corona – [email protected]

La gradualità è sicuramente un elemento fondamentale per arrivare a correre lunghe distanze, non solo a livello fisico ma anche mentale. Uno sforzo di due ore richiede di mantenere l’attenzione più o meno costantemente alta, mentre venti ore di corsa richiedono la capacità di riuscire a gestire l’attenzione, alternando momenti in cui bisogna essere più concentrati a momenti in cui si può stare più “tranquilli”: correre in discesa al buio non è la stessa cosa di correre in piano di giorno e bisogna saper risparmiare le energie.

«Sulle lunghe distanze ci vuole moltissima preparazione, va bene cercare di “alzare l’asticella”, ma sempre con coscienza. Non è detto che tutti arrivino a coprire certe distanze, vuoi per un discorso fisico, vuoi per un fatto mentale, vuoi per una questione di scelte. Ma correre 100 km non significa essere migliore di chi corre 42 km, significa solo fare una tipologia diversa di gare. Non deve essere una sfida a chi va più lontano, anche perché affrettare i tempi significa rischiare di farsi male seriamente e, in certi casi, di mettere a repentaglio la possibilità stessa di tornare a correre».

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photo credit Cinzia Corona – [email protected]

Quando parla di preparazione, Emilio fa riferimento anche alla conoscenza del percorso e dell’ambiente montano, che non è così semplice come può sembrare ad una prima occhiata. «Ora tanti corrono senza conoscere la montagna, invece bisogna imparare a conoscerla, perché anche chi è più esperto sa che l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Se succede qualcosa in città, basta suonare un campanello, andare in un negozio; in montagna spesso si è da soli, a volte ci sono chilometri tra un concorrente e l’altro, magari il telefono non prende…se c’è un problema bisogna contare sulle proprie forze. Eppure c’è ancora chi chiede se a 2000 m la notte serve la giacca a vento anche in agosto».

La notte, un momento sempre delicato della gara… «Correre con il buio è molto diverso che correre con la luce, ma può essere una bella esperienza se si prendono le dovute precauzioni. Per esempio, quando si arriva ad un rifugio, solitamente si aspetta di essere in due o tre prima di ripartire, più che altro per una questione di sicurezza. È molto importante avere qualcuno a fianco, aiuta a distrarsi dai pensieri, dalla fatica, ci si dà aiuto reciproco nei momenti di crisi… e a volte nascono anche legami di amicizia». Perché in fondo, correre significa soprattutto divertimento, mettersi alla prova.

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photo credit Cinzia Corona – [email protected]

E dopo tanti anni di corsa, la motivazione rimane la passione per la montagna. «Amo la montagna e correre mi permette di goderne le diverse sfumature, vedere molto di più nella stessa giornata rispetto ad un escursionista. E poi mi diverto, l’unica volta che ricordo di essermi ritirato è stata l’anno scorso. Ero al 102° km, ne mancavano 62, ma dal mio punto di vista il percorso era troppo pericoloso e vedevo a rischio la mia vita. Piuttosto che arrivare in fondo con l’ansia di farmi male, ho preferito fermarmi».

Decidere di fermarsi non è mai facile, perché arrivare in fondo ad una gara dà sensazioni uniche ogni volta. «Non ho mai corso per vincere, me perché mi piace. Per me correre è sapere di stare vivendo con gli altri, ma soprattutto con se stessi, un momento che è unico. Quando mi iscrivo a una gara, so che cercherò di dare il meglio e tagliare il traguardo è un po’ come chiudere un cerchio… essere partiti ed essere arrivati alla fine. A volte dispiace che sia finita, perché è durata troppo poco. Forse è per quello che si cercano le distanze lunghe, perché durano più tempo!»

Anche solo parlando, Emilio riesce a trasmettere la positività che gli dà la corsa. La serenità con cui parla delle montagne, delle ore al buio, della fatica che affronta con gioia, quasi fa venire voglia di mettersi le scarpe e iniziare a seguirlo sui sentieri bergamaschi…

Nathalie Novembrini