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Fino all’anima delle pietre: le sculture di Remo Ponti

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In un’epoca dove la montagna viene ormai vissuta a tempo di record, con prestazioni sempre più estreme, può risultare anacronistica la storia che ci racconta il signor Remo Ponti. Egli assapora la natura, annusa l’odore del muschio e delle foglie secche, stando seduto su di un piccolo sgabello, ai margini del bosco. Qualcuno narra che parli con le pietre, che le rianimi, e la cosa mi ha incuriosito non poco.

Remo Ponti foto copyright Mirco Bonacorsi (1)

© M. Bonacorsi

Salgo quindi verso il monte Cereto, appena fuori dal caos cittadino di Albino, alla sua ricerca. Appena superate le ultime case di via Piazzo mi pare di scorgerlo da lontano, seduto sul suo sgabello monopiede davanti ad un lungo muro. Dal cielo cadono alcune gocce ma l’artista, così è giusto definirlo, è comunque al lavoro. Vibra con energia alcuni colpi di mazzetta sullo scalpello per dare forma all’ennesima opera d’arte su un grosso masso.

Dopo le presentazioni il signor Remo, classe 1938 ed originario di Cavernago, si toglie gli occhiali che usa per proteggersi dalle schegge che si sfaldano dai sassi. «Io alle pietre ci parlo perché trasmettono sensazioni, raccontano le storie delle tante persone che hanno visto passare lungo questa strada. Il mio lavoro vuole essere un omaggio ai vecchi contadini che in questi prati hanno faticato, falciato l’erba o le hanno ruzzolate con le loro mani callose per farne un muro di sostegno. Bisognerebbe sempre imparare a rendere omaggio a chi ha speso energie e fatto sacrifici per conquistare qualcosa da lasciare in dono alle generazioni future».

Remo Ponti foto copyright Mirco Bonacorsi (3)

© M. Bonacorsi

Remo prende fiato, osserva per l’ennesima volta il muro che inizia a confondersi con l’oscurità della sera, lo indica con la mano destra e lancia la sua profezia. «Se anche dovesse crollare, o subire l’usura del tempo, le pietre saranno indistruttibili e testimonianze eterne per quanti sono passati e passeranno di qua».

I massi scolpiti non sembrano avere una distribuzione uniforme all’interno del muro; alcuni sono più vicini, quasi si toccano, altri distanziati tra loro da qualche pietra ancora intatta. Nella descrizione delle sue sculture noto che Remo pone sempre come denominatore comune il continuo confronto tra l’animale e l’uomo o, per meglio dire, dei numerosi tentativi di quest’ultimo di emulare le gesta di uccelli, pesci o animali domestici. Confronto, però, in cui la parte del cattivo spetta sempre all’uomo poiché modifica, storpia e deturpa il mondo per ricavarne solo benefici economici.

Remo è un artista versatile perché incide e lavora ogni tipo di materiale: marmo, ferro e legno, magari radici contorte lasciate ai margini del Serio durante i periodi di piena. E poi ancora. Attrezzi edili, martelli, punteruoli nonché modelli unici di fucili e pistole. «Ho iniziato da piccolo, con mio padre artigiano. Sistemavamo orologi di campanili, cancelli, portoni, macchinari industriali, nonché motori di automobili o trattori agricoli. L’idea del muro è invece molto recente, datata settembre 2013, grazie alla vicinanza a casa mia ed alla possibilità di lavorare seduto».

Remo Ponti foto copyright Mirco Bonacorsi (2)

© M. Bonacorsi

Mancano una decina di opere per arrivare a cinquecento. «Quando raggiungerò quel numero faremo una festa – dice ridendo – e comunque ho già individuato il sasso per onorare questo traguardo. La scelta delle pietre è casuale, legata ad una sensazione che nasce in me in quel momento, i soggetti invece li modello in base alla loro conformazione e consistenza».

Malgrado il numero elevato Remo ricorda di ognuna i minimi dettagli, del perché ha inciso un forellino piuttosto che un cerchio o uno spuntone. Ai margini estremi del muro mi indica due visi, orientati in modo che possano vedersi e nel contempo vegliare su tutte le sculture tra loro interposte. Ogni tanto passa un escursionista, un abitante del posto, con il quale Remo scambia qualche battuta oppure, orgogliosamente, spiega loro il significato dell’opera che sta portando a termine.

È passata oltre un’ora, lo ascolto ancora con piacere poiché la descrizione dei piccoli dettagli mi incuriosisce assai. Lo saluto con il proposito di tornare per festeggiare la cinquecentesima scultura. Mi stringe la mano in modo vigoroso non prima di avermi detto: «Salutami le montagne di Valbondione». Detto e fatto.

Mirco Bonacorsi