Banner alto

Banner alto

Guido Caldara e l’Himalaya: “Il regalo più bello che potessi farmi”

Condividi su:

Una manciata di mesi fa, avevamo già chiacchierato con il principe dell’Ultra Trail e ci aveva raccontato il suo esordio nel mondo della corsa, i suoi progressi e il suo personale modo di interpretare l’esperienza sportiva e il contatto con la natura.

Poi, l’11 marzo 2017 ha segnato una svolta, un po’ come quando su un sentiero compare un segnavia ad indicare un’alternativa e i passi, quelli abituati a muoversi sul sentiero di sempre, conosciuto a memoria, battuto e ribattuto, prendono, inaspettatamente, una via nuova. E’ quello che è successo a Guido Caldara, 28 di Albino che, riempiendo uno zaino di soli (e dici poco!) sogni, ha lasciato la sua vita fatta di Decathlon e grandi corse per avventurarsi attraverso il fascino suggestivo dell’est asiatico. Un viaggio programmato, ma solo in parte, per poter lasciar spazio al valore degli incontri, delle persone, alla bellezza della scoperta, unici criteri per decidere ogni giorno i nuovi passi da compiere. Un filosofo alla ricerca di se stesso? Oppure un moderno viandante alla scoperta del mondo? Gliel’abbiamo chiesto dopo ormai 4 mesi dalla sua partenza.

Guido, come stai? 

«Ciao Sara! Beh, direi che sto bene. Vengo da tre mesi passati tra le montagne più alte del mondo in mezzo a gente stupenda. Direi anzi che sto alla grande».

Fino a qui, la realtà ha soddisfatto le aspettative e i sogni a lungo maturati nei ritagli di tempo fra il lavoro e i tuoi allenamenti? 

«Sono partito con tanta curiosità e con la voglia di vedere il mondo, cominciando dall’ambiente che preferisco: la montagna. Non avevo un programma ben definito, ma volevo sfruttare al massimo la bella stagione prima dell’arrivo del monsone e sono davvero soddisfatto. Ho iniziato con un lungo trekking di una quarantina di giorni, che mi ha portato prima nella regione dell’Everest, poi nella parte sud orientale del Nepal e da lì fino al campo base del Makalu. Dopodiché ho avuto la fortuna di poter partecipare alla Ultra Trail Nepal, una gara benefica  di 85km che parte dal centro di Kathmandu e arriva fino a Batase, un piccolo villaggio dell’Helambu, in una delle zone più colpite dal terremoto, dove l’organizzatore gestisce un orfanotrofio e un’associazione che si impegna a dare un futuro ai bambini del posto. Da li poi l’Annapurna, il Langtang, e ancora l’Helambu. Poi il sud del Nepal tra giungla ed elefanti e tanta altra strada tra le montagne meno famose, per vedere da vicino la realtà del posto».

 Cosa ti ha stupito maggiormente?

«Immaginavo di trovare scenari spettacolari, ma devo ammettere che sono rimasto spiazzato. Mi è capitato più volte di camminare e di fermarmi ogni 500 metri pensando di essere nel posto più bello che avessi mai visto in vita mia, pronto a smentirmi 500 metri dopo, perché il panorama era ancora migliore. Ci sono paesaggi di una bellezza commuovente. A volte mentre cammini in silenzio ti guardi intorno e pensi davvero che nel mix di cielo, nuvole, neve e roccia esista una qualche armonia perfetta, che anche se fatichi a cogliere ti sa lasciare senza parole. E tutto questo succede non solo tra le montagne più famose e conosciute; esistono tantissimi scorci pazzeschi in posti lontani dagli itinerari turistici. E poi la gente. Non voglio essere scontato ma credimi, l’accoglienza e la gentilezza che ho trovato mi hanno lasciato sempre a bocca aperta, in special modo nelle zone non frequentate da stranieri, dove sono stato accolto sempre come un ospite più che come un turista. Non sono partito ne alla ricerca di me stesso, né per cercare strane illuminazioni. Anzi, avevo be chiaro quello che volevo e questo mi aiuta ancora di più a concentrarmi su quello che ho intorno. Se non trovi te stesso nei luoghi dove sei nato e cresciuto penso che non ci potrai sicuramente riuscire a migliaia di chilometri da casa».

Qual è stata la tua paura più grande prima di partire? Come l’hai superata?
«Sono partito convinto di quello che stavo per fare, e nonostante la scelta fosse dettata dal cuore più che dalla ragione, ci ho pensato e ripensato migliaia di volte prima di decidere. Sapevo bene quello che perdevo ma non bene quello che avrei trovato in questa parte di mondo, e tutt’ora non so quello che mi aspetta nel futuro. Ma questo non mi spaventa né mi ha mai spaventato più di tanto, perché mi rendo conto che sto vivendo giorno dopo giorno esperienze incredibili e quando deciderò di fermarmi ne uscirò comunque arricchito dal punto di vista personale. Conosco ogni giorno gente da ogni parte del mondo, viaggiatori di ogni tipo. Se entri in un ostello qualsiasi di Kathmandu (ma non solo) ti rendi conto che di storie come la mia ce ne sono a centinaia e questo, in qualche modo, ti tranquillizza e ti dà serenità. Un paio di settimane fa ho cenato in compagnia di un ragazzo spagnolo che è arrivato in India in bici attraversando mezza Europa, la Turchia e l’Iran e questa è solo una delle storie assurde che ho ascoltato in questi mesi. In nord Europa prendersi del tempo e partire con lo zaino in spalla è  molto meno assurdo di quanto possa sembrare da noi e così si incontrano decine di tedeschi, olandesi e francesi; ma mi è capitato comunque anche di incontrare italiani. Insomma, condividere le esperienze aiuta a prevenire dubbi, paure e sconforti».

Ci sono stati dei momenti di sconforto, di fragilità che hanno messo a prova la tua determinazione? 

«Quando all’aeroporto in Italia ho salutato gli amici che mi hanno accompagnato e sono rimasto solo devo ammettere che ho sentito un bel brivido lungo la schiena. E’ come se da lì mi fossi reso conto che non sarei più tornato indietro. Ma alla fine non vedevo l’ora di arrivare e iniziare questa avventura che tanto avevo sognato. Da quando sono qua invece non ho mai avuto momenti no e, anzi, quando mi guardo intorno ogni volta penso di essermi fatto il regalo più bello che potessi farmi. Ho camminato intorno all’Everest e al Lhotse e poi e fino ai piedi del Makalu. Mi sono trovato a un passo dall’Annapurna, dall’Ama Dablam e da decine di altre montagne stupende. Ho visto l’alba sul Manaslu e sul Dalaughiri . Ho camminato per giorni interi in mezzo alle montagne attraversando piccoli villaggi senza incrociare stranieri e ovunque sono stato ho incontrato persone stupende, pronte ad accogliermi e con la capacità di farmi sentire a casa. Non ho davvero avuto tempo per avere momenti no!».

Foto, testi, video e un blog: la tua scelta è stata quella di documentare il tuo percorso. Ad oggi, credi che sia stata una buona idea? Potrebbe tramutarsi in qualcosa come un libro, un cortometraggio in futuro?

«Il blog è nato più che altro per curiosità. Volevo tenere un diario ma allo stesso tempo ero affascinato dalla creazione e dalla gestione dei siti internet e quindi ho deciso di informarmi e provare a farne uno tutto mio. Purtroppo (o per fortuna) spesso la connessione internet o la mancanza di elettricità non mi permettono di aggiornarlo come vorrei, ma non ne faccio un problema, quando riesco lo aggiorno, non deve diventare una forzatura. Ho centinaia di appunti e migliaia di foto scattate in questi mesi, e poco alla volta mi piacerebbe condividerle. Inoltre, mi piaceva l’idea di far conoscere il Nepal, un posto pazzesco, il paradiso per ogni amante della montagna, ma allo stesso tempo un paese semplice da visitare e molto più economico di quanto siamo portati a pensare. Quando sono venuto qua la prima volta ho faticato a trovare informazioni su come organizzarmi, sopratutto in lingua italiana e penso che, se avessi trovato alcune informazioni che ho condiviso sul blog, sarebbe stato molto più semplice. Organizzare un trekking intorno all’Everest o all’Annapurna, per esempio, è molto semplice e ho voluto scrivere due piccoli vademecum che potrebbero aiutare chi è interessato a visitare queste zone. Ad oggi, diciamo che, più che pensare a quello che potrebbero diventare in futuro, mi piace pensare che qualcuno potrebbe trovarci qualche spunto utile per organizzare un suo viaggio o magari addirittura lo spunto per partire!».

In questi mesi ti sei spostato in Nepal, collezionando scorci mozzafiato per la loro sconfinata bellezza. Nel contempo, sorrisi e calore da parte di persone, che racconti essere sempre disponibili e gentili. Cosa hai messo nel tuo album di ricordi Nepalese? 

«Direi che di album ne archivio uno al giorno, con paesaggi, persone, incontri e situazioni così strane e diverse da quello a cui sono sempre stato abituato. In tre mesi ho camminato per circa 70 giorni ed ogni giorno è stato una scoperta. Ti alzi al mattino e non sai dove dormirai la sera, né quello che incontrerai lungo la strada e quando vivi una realtà così lontana da quella a cui sei abituato, sei bombardato in continuazione da input diversi che, anche senza volerlo, immagazzini e ti porti dentro. Ho visto sette dei quattordici ottomila della terra, alcuni dei quali così da vicino che mi sembrava di poterli abbracciare. Ho camminato per ore da solo senza incontrare anima viva, circondato da panorami pazzeschi, e mi sono sentito a casa con persone con cultura e modi di fare distanti anni luce dai nostri. Insomma, devo dire che questi giorni in Nepal sono stati una delle esperienze più intense ed incredibili che mi siano mai capitate».

Quando ci siamo sentiti, stavi progettando di spostarti in Indi. Avevi già un itinerario prefissato o avevi deciso di scegliere passo dopo passo?

«Nei primi giorni di Giugno ero a Kathmandu, in attesa del visto indiano che sarebbe dovuto arrivare a breve. L’idea iniziale era di rimanere in Nepal fino alla fine di luglio, ma mi sono reso conto di aver sottovalutato il monsone. Ho deciso così di andare a vedere un altro pezzo di Himalaya . Avevo deciso di lasciare Kathmandu in bus, diretto a Varanasi e poi, non so ancora bene come, vorrei raggiungere il Ladakh nell’estremo nord ovest dell’India. Da lì in poi ho ancora tante idee, ma non ho ancora deciso nulla, anche perché mi sono reso conto che fare progetti a lungo termine è rischioso. Ogni persona che incontro mi offre spunti nuovi e le idee cambiano di continuo. So per certo che tornerò a Kathmandu ad ottobre per passare altri giorni intorno all’Everest, ma questa volta non sarò da solo ma in compagnia di alcuni amici che verranno dall’Italia. Forse a qualcuno la voglia di partire l’ho fatta venire davvero!».

Cosa ti manca di casa? C’è qualcosa che vorresti avere con te?

«Naturalmente genitori e amici mancano, ma a parte questo sono sincero non mi manca nulla. In Nepal mi sono sentito a casa fin dal primo giorno. Nonostante la cultura sia così diversa dalla nostra i nepalesi hanno la capacità di metterti a tuo agio. Anche nelle grandi città come Kathmandu, nonostante il caos infernale la gente è sempre gentile e puoi spostarti ovunque in tutta sicurezza. Quando chiedi indicazioni di qualsiasi tipo, le persone si fanno in quattro per aiutarti. Qualche settimana fa sono arrivato in bus in stazione alle tre e mezza di notte, nella periferia Kathmandu. Ho dovuto letteralmente attraversare mezza città a piedi, ma senza mai avere la sensazione di essere in un posto poco sicuro. Direi che ho tutto quello che mi serve, e anzi ho fin troppo. Sono partito con uno zaino di quasi 20 chili e piano piano l’ho alleggerito fino a 12 o 13, barattando quello che mi sono reso conto essere di troppo o regalandolo a chi ne aveva veramente bisogno. Nonostante più di 2kg siano di PC, sono comunque convinto di avere ancora qualcosa di troppo, ma finché starò in alta montagna meglio avere qualche vestito in più!».

Cosa hai imparato da questo camminare solitario?

«Leopardi diceva che La solitudine è come una lente d’ingrandimento. Se sei solo e stai bene, stai benissimo, se sei solo e stai male, stai malissimo. Ora, so che Leopardi non era tra le persone più allegre sulla terra, però questo pensiero rende davvero bene quello che si prova quando si è in mezzo al nulla e si può contare solo su se stessi. Non posso nasconderti che stare da solo in montagna mi è sempre piaciuto ed era uno dei motivi per cui più di tutto amavo le corse sulle lunghe distanze. Ma stare bene da soli credo che sia il primo passo per stare bene con gli altri e solo se stai bene con te stesso puoi godere appieno di quello che hai intorno. Camminando poi mi sono reso conto che quando ti trovi in mezzo alle montagne, non conta in quale parte del mondo sei, perché le sensazioni che si provano sono sempre le stesse. Quando cammini in mezzo alla natura non sei né in Nepal, né in Italia né da nessun’altra parte… Sei in mezzo alla natura e basta e se li ti senti a casa, ti sentirai a casa in ogni parte del mondo. Le emozioni sono sempre le stesse. E’ quasi come se in ogni montagna del mondo ci fosse un granello di ogni altra, una sorta di DNA comune, e tu sei in grado di vederlo e riconoscerlo».

Facebook ci ricorda, ormai quotidianamente, gli eventi del passato, postati qualche anno fa. Quando riguarderai, tra un anno o forse due, quelli di questi giorni orientali, dove sarai?

«Questa è la domanda più difficile. Potrei essere ovunque. Se vado indietro nel tempo e ripenso al passato, non avrei mai indovinato dove sarei stato di lì a uno, quindi non ne ho davvero idea. Mettiamola da un altro punto di vista:  ovunque sarò, quando tra due o tre anni sfoglierò il libro dei ricordi, mi dirò che allora ero davvero nel posto in cui volevo essere e questa credo sia la cosa più importante».

Sara Taiocchi