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“Volevo solo pedalare ma sono inciampato in una seconda vita” di Alex Zanardi. Recensione.

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Un incontro all’autogrill, la prima handbike disegnata sulla carta millimetrata, amici fifoni, medici coraggiosi, l’America e il garage: Alex Zanardi paraciclista alimentato a grinta.

Tutti conoscono Alex Zanardi. Qualcuno sin dai suoi coraggiosi sorpassi in F1 e soprattutto col grande successo della formula Cart negli Stati Uniti; la maggior parte dall’incidente al Lausitzring, in Germania, che lo ha portato a un istante dalla morte e privo delle gambe.

Il recupero prodigioso di Zanardi e la sua determinazione sono balzati agli occhi del pubblico ovunque, in tv, sui giornali, dal ritorno al volante alla nuova avventura con la handbike fino agli ori olimpici e alla conduzione di programmi televisivi. Non serve ripercorrere questi eventi che ognuno ricorda, come è inutile raccontare il carattere di Alex, l’affabilità, la tenacia, la simpatia, il suo essere alla mano, al contempo profondo e divertente.

Da questo libro, oltre a tutto ciò, è qualcos’altro che viene fuori e che vogliamo raccontare. Qualcosa che fa da fil rouge per tutta la narrazione come per tutta la vita di Alessandro Zanardi da Castelmaggiore: l’atleta.

Dietro a tutto, alle vittorie, alle medaglie, alla determinazione che gli amici – racconta – vedevano come incoscienza di cimentarsi con prove stratosferiche come l’Ironman o le gare olimpiche, al carattere un po’ guascone da bravo emiliano, c’è una cosa sola: il suo essere uomo di sport. Uno sportivo totale, dentro e fuori, nella testa e nel cuore e, sì, anche nel corpo, prima e dopo, oggi come ieri.
Perché la grinta, il bisogno di misurarsi, la fame di gara – non di vittoria, non solo – non te li porta via neanche un incidente terrificante, se tutto il tuo essere è fatto di una sola, identica pasta, quella dell’atleta.

«…Nel mio letto di ospedale a Berlino, quando invece di domandarmi: “Come farò a vivere senza le gambe? Che vita di merda sarà?”, mi sono chiesto: “Ma come cavolo riuscirò a far tutte le cose che devo fare senza le gambe?”. E non c’era nulla di retorico, si trattava proprio di una domanda pratica. “So che in qualche modo ci arriverò”».

Qui c’è il succo dell’Alex Zanardi che si percepisce in questo libro. Il problema non è se, bensì come.
Con le mani e col cervello, ragionando, costruendo, provando; Alex racconta dei suoi esperimenti con la messa a punto delle handbike, dalla prima “Lupella” – molto artigianale – ai dettagli iper sofisticati raggiunti con team di esperti e tecnici professionisti. Traspare sempre la sua passione per il lavoro manuale, che può essere aggiustare un mobiletto in garage come buttar giù lo schema di una bici vista per caso all’autogrill, e renderla reale tra prove e riprove:

«Con la handbike avevo riscoperto la gioia di sentire la gocciolina di sudore che mi scendeva dalla fronte. […] E farlo su un mezzo costruito con le mie idee e le mie mani rendeva tutto molto più intrigante».

Questa “smania di fare”, assieme alla volontà costante di capire, imparare, rimuginare soluzioni e progetti, sembra essere il motore di Zanardi.
Alex descrive spesso le sensazioni e il rapporto con il suo fisico: un fisico di sportivo, quindi abituato a riconoscere in sé limiti e potenzialità; semplicemente con questo stesso spirito Zanardi affronta la disabilità: un limite, certamente, ma non un argine. Un confine che si può spostare, superare, misurando le prestazioni, imparando un nuovo modo di allenarsi, naturalmente facendo fatica… come fanno tutti gli atleti.

E qui entra in gioco l’ingegnosità e la voglia “di metterci mano” dell’uomo Alessandro Zanardi: non ho più le gambe? Mi faccio fare una macchina da guidare senza. Ho voglia di provare ancora le emozioni della sfida? Mi butto in nuovo sport, costruisco una bici calibrata su di me, mi alleno… e vinco quattro ori paralimpici.

Ecco, magari quest’ultimo successo non è da tutti, perché Alex è senz’altro straordinario. Ma in questo libro egli vuole raccontarsi invece come un atleta e un uomo comune, con le sue passioni, i difetti, gli amici, le goliardate, i ricordi che tutti hanno. E se non tutti hanno quattro medaglie delle Olimpiadi appese al muro, possono però darsi da fare per raggiungere i propri traguardi e, soprattutto, spostarli sempre un po’ più in là.

Elena Villa

“Volevo solo pedalare ma sono inciampato in una seconda vita” di Alex Zanardi con Gianluca Gasparini. Rizzoli, 2016.

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