
Che cosa significa correre oggi? È la domanda al centro di “Fino al limite. Il senso della resistenza dal Messico all’Himalaya”, il nuovo libro di Michael Crawley, appena arrivato in Italia per add editore. Dopo il successo di “Correndo nell’aria sottile”, l’antropologo e maratoneta britannico torna a riflettere sul rapporto tra fatica, cultura e tecnologia, attraversando ultra trail, maratone, Sherpa himalayani e corridori rarámuri.
Qualche anno fa, di Michael Crawley antropologo e (buon) maratoneta inglese, era uscito Correndo nell’aria sottile. Magia e saggezza dei corridori degli altipiani etiopi, libro che si era fatto molto apprezzare nel mondo dei runner per la sua capacità di raccontare con uno sguardo diverso il modo di intendere la corsa dei campioni africani. Adesso, da pochi giorni, è in libreria il suo nuovo lavoro (Fino al limite. Il senso della resistenza dal Messico all’Himalaya), sempre pubblicato da add editore, dedicato al mondo dell’endurance, letto di nuovo attraverso una ricerca sul campo fatta di incontri, gare, dialoghi e sempre, come tipico dell’autore inglese, una buona dose di coraggio e curiosità.
Curiosità per la voglia di fare tante domande senza filtri a chi ama la corsa, coraggio perché Crawley non si limita a guardare cosa fanno gli altri, ma il suo studiare coincide sempre con il fare, con il mettersi alla prova e succede sin dalla prima pagina in cui, candidamente, ammette: «È metà settembre, il tempo a Durham ha appena iniziato a cambiare dopo un’ondata di caldo di fine estate. Mi sto preparando per una gara di 80 chilometri nel Lake District, e ho bisogno di allenarmi almeno un po’ in altura».

Non c’è pagina in questo libro in cui la corsa non sia presente, non faccia capolino durante un discorso o un incontro, tra i tanti, che sono serviti all’autore inglese per scrivere il libro. Ma i dialoghi sono anche con altri libri a partire dall’ormai classico Born to run di Christopher McDougall, tanto che nel suo viaggio in Messico tra i popoli rarámuri, Crawley incontra gli stessi personaggi con cui McDougall aveva corso, per riprendere le fila di un dialogo che era rimasto interrotto.
La ricerca si fa serrata e le riflessioni sul senso della corsa estrema si susseguono per disegnare negli occhi del lettori paesaggi in cui correre altro non è che un gesto naturale, senza secondi fini se non lo spostarsi, più velocemente possibile, da un luogo all’altro e poco importa che i chilometri tra i due punti siano anche più di cento: «Avanzano tutti a passo svelto con gli huaraches ai piedi; camminano per ore, diretti a casa di un amico o di un parente, oppure per andare a comprare o vendere qualche prodotto, o magari entrambe le cose. Questa attività non è considerata un allenamento, ma tornerebbe senz’altro utile a chiunque volesse prepararsi per una gara di 160 chilometri in montagna».

È qui che nascono le domande che puntellano il libro. Ma che rapporto abbiamo con la fatica? Quanto influisce la cultura con l’atto del correre? Come mai negli anni abbiamo trasformato un gesto che è piacere in ricerca costante di una performance?
Oltre al Messico, Crawley si sposta sulle montagne himalayane, in cerca degli sherpa e anche qui il dialogo si fa non solo sportivo ma soprattutto culturale: «Tra la gente del posto c’è sicuramente la percezione che venire dalle pianure rappresenti un ostacolo in più per un trail runner alle prime armi. Competere con chi è cresciuto in montagna è considerata una vera e propria sfida, e mi basta vedere Lopsang sfrecciare lungo il sentiero per rendermene conto. Gran parte del suo addestramento per entrare nel corpo dei Gurkha – proprio come quello sostenuto dall’alpinista Nirmal Purja – era consistito nel percorrere per ore superfici come questa, a passo sostenuto, trasportando una cesta colma di carichi pesanti; correre con addosso solo un leggerissimo zaino da trail running deve sembrargli una passeggiata».

Molto belle le pagine dedicate alle corse scozzesi e inglesi, spesso in notturna e con condizioni meteo estreme («In prossimità della cima della High Rigg, veniamo investiti da un muro di vento che sferza le acque del Thirlmere. Le raffiche ci mozzano le parole in gola, ma almeno mi costringono a concentrarmi sul restare in equilibrio durante la discesa. Per fortuna Jacob sta affrontando il pendio roccioso a un’andatura tranquilla, cosa di cui gli sono grato. “Di solito corro così in allenamento”, mi spiega. “Ma in gara è diverso, specialmente quando hai gente intorno. Il cervello si spegne, il buon senso va a farsi benedire, e finisci per andare più veloce di quanto avresti mai creduto possibile”».), così come, e qui si aprono scenari molto contemporanei, sono ricchi di spunti i capitoli dedicati alla tecnologia.
Le riflessioni sono tante e vanno dall’accumulo di dati sensibili che i runner riversano alle varie case produttrici, allo spazio rimasto all’arbitrio umano quando al polso hai chi ti dice come stai andando e come dovresti andare. Il mondo dell’endurance sta forse perdendo la capacità di lasciar parlare i corpi delegando il tutto alla tecnologia? Sappiamo ancora ascoltarci mentre stiamo faticando?

Risposte non ce ne sono, dice Crawley, ma il cambiamento è sotto gli occhi di tutti: «Parlando con Kieran, il cui interesse per la tecnologia è una delle principali motivazioni della sua passione per la corsa, sono rimasto colpito da quanto il nostro rapporto con questi strumenti sia cambiato in un arco di tempo abbastanza breve. I primi dispositivi gps erano oggetti ingombranti e triangolari da fissare al braccio, e nella comunità dei runner pensavano che fossi pazzo se li indossavi. Oggi la situazione si è ribaltata: correre senza un orologio gps è così inconsueto che chi ne è sprovvisto viene tacciato di correre nudo».
Infine, ma non meno importante, il mondo social e come, anche qui, la fatica sia diventata una merce di scambio, vera solo quando condivisa, utile solo quando mostrata per celebrare un’impresa. Il racconto della propria passione diventa talvolta la passione stessa, facendoci trascurare la gratuità e la bellezza di un gesto anche solitario. «C’è una tensione tra il mostrarsi “relazionabile” (condividendo gli stessi acciacchi che affliggono tutti i runner) e l’offrire quei contenuti “aspirazionali” che molti cercano sui social. “Vuoi davvero vedere un atleta professionista che ammiri, e che consideri un modello, aggirarsi sconsolato per casa, ancora in pigiama, alle 10:42 del mattino?”, chiede Dana retoricamente. Eppure, a giudicare dalle numerose conversazioni avute con gli atleti riguardo ai post più popolari, la risposta a questa domanda sembra in realtà “sì”: su Instagram, i contenuti più performanti sono quelli che documentano gli estremi – i picchi e le cadute – della vita di un atleta di resistenza». E questo doversi raccontare può essere un ostacolo per molti perché, scrive ancora Crawley: «Molti atleti di endurance sono per natura piuttosto introversi, quindi l’interazione sociale può richiedere una propria forma di resistenza».

Uscendo da queste pagine, si hanno molte consapevolezze in più su cosa voglia dire correre, ma al fondo di tutto rimangono poche precise domande per cui ogni amante dello sport estremo ha di certo la propria risposta: Perché lo sto facendo? Cosa sto cercando? Sono felice quando fatico?
Se la risposta è sì non resta che aspettare il momento buono per mettere le scarpe e partire, così come fa Michael Crawley che, con Fino al limite, ha regalato ai corridori un libro che non dimenticheranno.
Titolo: Fino al limite. Il senso della resistenza dal Messico all’Himalaya
Autore: Michael Crawley
Traduttore: Paolo Falcone
add editore
Prezzo 19 euro
In libreria dal 20 febbraio

