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Carolina Tiraboschi prima italiana alla Marcialonga: a tutto gas sull’ultima salita

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Carolina Tiraboschi sci di fondoQuando ha tagliato il traguardo, in una gara condotta in crescendo, superando gruppi e gruppi di bisonti, Carolina Tiraboschi ha pensato di aver fatto un buon tempo, ma ancora non sapeva di aver calato un poker sulla Marcialonga. Quello che ha scoperto – con soddisfazione – poche ore dopo, mentre sedeva a pranzo, è il fatto che, per la quarta volta dal 2009, è entrata in classifica come prima italiana. A differenza di Giorgio Di Centa (primo italiano, 26 esimo assoluto), la fondista orobica (prima donna italiana, 26esima nella classifica femminile) non è stata chiamata sul palco alle premiazioni. Una disparità di trattamento che le lascia un po’ di amarezza («Nemmeno un mazzolino di fiori?», le hanno chiesto stupiti gli amici), compensata dalle sensazioni positive e dal cronometro che si è fermato qualche minuto sotto le tre ore.

Carolina, innanzitutto complimenti per il risultato alla Marcialonga. La preparazione è cominciata il sabato, quando hai studiato le caratteristiche della neve?
Sabato mattina ho lavorato al Passo di Zambla, dando lezioni di sci a una ragazza disabile. Non volevo saltare l’appuntamento. Sono arrivata in Trentino nel pomeriggio. Io e mio marito ci siamo subito fermati a salutare l’amico Paolo Larger nel suo negozio di articoli sportivi. Gli ho chiesto informazioni sulla preparazione degli sci, perché essendo salita a quell’ora non avrei fatto in tempo a provare la pista. Poi, nella ski room dell’albergo a Moena, ho preparato gli sci, da sola. Riflettendo sui consigli di Larger e di mio fratello, ho controllato le previsioni, e ho deciso di non rischiare. Così ho applicato 10-15 centimetri di sciolina di tenuta. Una decisione presa tenendo conto della mia poca preparazione specifica sullo sci, che influisce sul gesto tecnico. Sciolinando pensavo all’ultima salita, quella di Cascata. Sarebbe stato improponibile, per me, farla solo in spinta. Anche se, a dire il vero, per la prima volta sono riuscita a fare dei tratti con la forza delle braccia…

La versione ridotta, 57 chilometri da Mazzin a Cavalese, ti ha penalizzato?
Mi paragono a un diesel, mi si addicono le lunghe distanze, perciò avrei preferito percorrere i collaudati 70 chilometri con partenza da Moena. Malgrado ciò, sono riuscita a difendermi bene anche in questa edizione.

Come te la sei cavata nella calca della partenza?
Immaginavo di partire e trovarmi presto imbottigliata. E invece la partenza a Mazzin è stata una piacevole sorpresa, il gruppo si è dissolto più facilmente che a Moena. Siamo partiti in un ampio pianoro, mentre di solito già dopo 100-200 metri il tracciato tende a stringersi e si incontrano delle discesine che provocano i rallentamenti. In gara sono competitiva ma non così battagliera da riuscire a farmi largo a tutti i costi. A mio marito, invece, viene più facile farsi strada nella folla dei bisonti. Siamo partiti insieme, io e lui, nello stesso gruppo di merito. Nei primi chilometri siamo rimasti vicini, finché, giunto il momento di dover tirar fuori le unghie per passare, lui se n’è andato. Questa volta mi ha battuto, staccandomi di quattro minuti.

Hai sciato consapevole della tua posizione? Sapevi che tutte le tue connazionali erano dietro?
Rispetto agli anni precedenti, ho notato che non erano così tante le ragazze del nord Europa che mi superavano. L’italiana che mi ha tenuto testa è partita nella mia stessa batteria. È rimasta in vantaggio fino alla salita della Cascata: solo a quel punto sono riuscita a scorgerla davanti a me.

Sulla salita della Cascata hai dato una svolta alla gara.
Se sono riuscita a classificarmi prima italiana è grazie alla salita della Cascata. I due ski box dove sostare per applicare la sciolina di tenuta erano intasati, si era formata una coda. Era inutile accodarmi a mia volta. Mi sono arrangiata, sapevo che più passavano i chilometri più sarei stata bene. Ho superato l’atleta italiana e tanti plotoncini. Un sacco di persone facevano il tifo ai bordi della pista e il loro calore mi ha dato la carica.

E qui è avvenuto un incontro che ti ha emozionata…
Neanche 50 metri oltre lo ski box, ho visto un signore con la sciolina. Ci siamo guardati negli occhi, non c’è stato bisogno di dire una parola, ha capito. Mi sono fermata, mi ha detto di mettere il braccio sulla sua spalla, ho alzato uno sci per volta. Ha sciolinato senza farmi togliere gli sci. In un attimo sono ripartita.

Sei ripartita e hai rialzato gli occhi solo al traguardo… Dove ti attendeva tuo marito.
Mi è venuto incontro esclamando: «Questa volta ti ho battuto». Eravamo entrambi contenti. Avevamo calcolato di stare sulle tre ore oppure, per fare un bella gara, di rimanere leggermente al di sotto. Così è stato. Elio ha chiuso in 2h52’48”, io in 2h56’20”: previsioni rispettate.

En.Ba.