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Guido Caldara: “Il trail ci riporta a casa”

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Questa settimana Montagna Express ha incontrato Guido Caldara, il ciuffo biondo del Trail running, per molti la rivelazione della seconda edizione di Orobie Ultra Trail, con il suo secondo posto, dietro a Oliviero Bosatelli. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo percorso per diventare un trail runner e lui l’ha fatto condividendo tutta la sua infinita passione per questo sport, senza dimenticare di parlarci del suo recente viaggio in Nepal, al cospetto delle vette più alte della Terra.

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Guido Caldara

Così, tra una risata e un’e-mail densa di ricordi, riflessioni e spunti, Guido ci ha descritto come abbia abbandonato due pacchetti di sigarette quotidiani, in favore di scorribande su e giù per la ciclabile Seriana, nel tratto di Cene e Albino e di come il ragazzino ventenne che si allenava con semplici scarpe da ginnastica e tuta pesante si sia trasformato nel principe delle Orobie.

Una cartolina dal passato: chi era Guido Caldara prima di iniziare a correre e quando è avvenuta la svolta?
«Ho iniziato a correre a 20 anni, non appena smesso di fumare. Alla fine del primo anno di università arrivavo tranquillamente a due pacchetti di Marlboro Light al giorno e all’ennesima bronchite ho deciso che era l’ora di smettere. Erano ormai più di due anni che non praticavo la benché minima attività sportiva e ho pensato che iniziare a farmi venire il fiatone avrebbe potuto essere un buon modo per dimenticare le sigarette senza mettere ulteriore peso. All’inizio non è stato facile, la condizione era pessima. Al test di Cooper della quinta superiore avevo percorso 1,5 km in 12 minuti e nell’anno e mezzo successivo la forma era persino peggiorata. Uscivo due o tre volte a settimana sulla pista ciclabile la sera, in modo tale da non incontrare nessuno, con una tuta in cotone pesante con cappuccio e un paio di Asics Tiger ai piedi… un dramma».

Se questo era il punto di partenza, ora invece sei arrivato molto lontano…
«Ho raggiunto traguardi che credevo irraggiungibili e ho imparato l’importanza di credere in quello che si fa. A volte si vince e a volte si perde, ma se si persevera e non si molla l’obiettivo, prima o poi qualche soddisfazione ce la si può togliere. Ho scoperto che si può ridefinire ogni volta il concetto di limite, il che mi ha aiutato tanto anche in altri campi, non solo quello sportivo. E poi grazie allo sport ho trovato un lavoro che mi ha dato l’opportunità di spostarmi, vivere in posti nuovi e conoscere tantissime persone».

Guido Caldara

Guido Caldara

Quindi con la corsa è iniziata una rivoluzione a 360°? Che cosa ha cambiato in te?
«La corsa mi ha cambiato in tutti i sensi, da un punto di vista fisico così come mentale, dalle amicizie al lavoro. Innanzitutto, ed è la cosa più importante, mi ha fatto scoprire la montagna e me ne ha fatto innamorare, oltre che a permettermi di visitare – grazie alle gare – un sacco di posti bellissimi. Ho anche conosciuto tantissime persone, alcune sono diventate grandi amici, con altre ci ho scambiato anche solo una chiacchierata, ma tutte mi hanno lasciato qualcosa e sicuramente mi hanno fatto crescere. Sembra retorica, ma ti assicuro che è vero: chi fa gare lunghe non è mai una persona piatta. Tutti hanno un sacco da raccontare. Forse siamo solo tutti un po’ fuori di testa (ride, nda)».

Che cosa è il Trail, Guido?
«Cos’è il Trail me lo chiedo spesso. È una di quelle domande difficili, come: “Perché lo fai?” o “Chi te lo fa fare?” a cui a volte si risponde chiamando in causa la passione, il “Mi fa stare bene” o cose simili. Penso sostanzialmente che il Trail, o più semplicemente il muoversi nella natura in modo estremo, sia una specie di bisogno innato, insito in noi. Non so bene se si possa parlare di inconscio, di dna o di quale altro contenitore, ma è qualcosa che in un certo senso ci appartiene. Il Trail fa riaffiorare alcuni istinti primordiali. Non posso, infatti, non notare una serie di elementi che mi rimandano al mondo primitivo, a una sorta di ritorno alle origini».

A quali elementi ti riferisci in particolare?
«In primo luogo vedo nel Trail un ritorno alla montagna o più in generale alla natura, un bisogno di staccare dal mondo artificiale per fare ritorno a quello selvaggio. In Walking, Thoreau dice: “In Wildness is the preservation of the world” e credo che questa frase sia fantastica. Penso che, in fondo, si cerchi un contatto con la natura perché è da lì che veniamo, il Trail ci riporta a casa. In secondo luogo, il Trail è viaggio, movimento, avventura. Nasciamo senza radici, pronti per muoverci e il modo più semplice che abbiamo per farlo sono le nostre gambe. Correre le lunghe distanze è un po’ come viaggiare, ci trasforma in moderni esploratori. Raramente oggi ci muoviamo a piedi, ma il Trail offre la possibilità di riprendere questa abitudine. Un’altro aspetto di questo puzzle, forse il più sorprendente, è quello legato alla sofferenza. Nessuno correrebbe Trail se non facesse fatica. Se fosse facile non ci piacerebbe e a pensarci bene è assurdo.
Ma ancora ripenso alla natura primitiva, all’uomo e al suo istinto di sopravvivenza che gli ha permesso di superare difficoltà di ogni tipo ed evolversi. Di certo – per fortuna! – nel Trail non si lotta per rimanere in vita, ma in qualche modo si porta il proprio corpo fino a condizioni estreme. Sfruttiamo al massimo il più grande strumento che abbiamo, per renderci conto della sua forza. L’ultimo aspetto, infine, è quello legato al tempo, e non parlo di cronometro. Il tempo scandisce la nostra vita e il Trail mi permette di riprenderlo in mano, di diventarne padrone. Quando corro sono un viaggiatore in mezzo alla natura e lo scorrere del tempo diventa tutt’uno con il mio andare avanti. L’orologio alla fine darà un verdetto, ma quello è solo il suo punto di vista, spesso lontano dal mio. Natura, viaggio, fatica e tempo. Questo per me è il Trail e non posso farne a meno perché questi elementi ce li ho dentro».

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Guido e Marco Zanchi

Torniamo ai tuoi esordi nella corsa. Come sono procedute le cose?
«Quando mi impunto su qualcosa vado fino in fondo e così in un annetto ho cominciato a rimettermi in forma raggiungendo prima i 5 km e riuscendo poi addirittura a superare i 10 km. Settimana dopo settimana, mi sentivo sempre meglio fisicamente. Dopo avere imparato a memoria i tratti della ciclabile, ho provato a lasciare la pianura per provare a salire sui sentieri intorno ad Albino. Sono nato sotto il Misma e il Cereto e fino a 21 anni non ci ero mai salito, ma la cosa più incredibile è che non mi era mai venuto in mente di farlo! Nel 2009 Mario Poletti faceva il record del sentiero delle Orobie a pochi chilometri da casa mia e io non sapevo né dell’esistenza dello Skyrunning né di quella del Trail. Onestamente non sapevo nemmeno che ci fosse un “Sentiero delle Orobie”, dato che in montagna non ci ero mai stato in vita mia. Ho scoperto che correre in montagna era uno sport vero e proprio e che c’era chi lo faceva anche per più di cento chilometri e in qualche modo ho deciso che, prima o poi, avrei fatto una cosa del genere e quando mi metto in testa qualcosa, poi difficilmente mollo».

Finché è arrivata appunto la prima gara: dove e quando è successo?
«Nel 2010 ho provato a iscrivermi alla Skymarathhon delle Dolomiti Friulane, 20 km e 1500 m di dislivello. Davanti c’erano Tadei Pivk e altri atleti che all’epoca non avevo mai sentito nominare e poi c’ero io, che in poco meno di tre ore e con crampi ovunque sono riuscito a tagliare il traguardo, 53esimo su 220 iscritti. Era il 29 agosto 2010 e io ero diventato un vero skyrunner. A fine 2010 ho conosciuto quasi per caso Cinzia Bertasa e con il suo aiuto, nel 2011 mi sono iscritto all’Iz Skyrunning capitanata da Zanchi. L’obiettivo era di chiudere la mia prima Skymarathon e ci sono riuscito a novembre, sui 42 km della Maddalena Urban Trail».

Il pensiero però era più per le gare lunghe, giusto?
«Più le gare duravano e più mi divertivo e così negli anni successivi ho continuato ad allungare le distanze. Nonostante un 2012 passato senza correre, ma solo pedalando a causa della pubalgia, nel 2013 ho corso la mia prima 60 km e ho ottenuto i punti per partecipare alla Ccc del 2014. L’obiettivo però era a lungo termine perché già nella primavera del 2013 provavo con Marco il percorso di una “misteriosa” gara in versione xl che si sarebbe svolta sulle Orobie di lì a un paio d’anni. Non si sapevano ancora né nome né distanza, ma mi era chiaro che avrei dovuto esserci. Nell’ottobre di quell’anno ho accompagnato Marco al Tor des Géants e mi è scattata un’altra scintilla: gli obiettivi per i prossimi due anni erano chiari.
Nel 2014 ho corso la Ccc superando per la prima volta la soglia psicologica dei 100 km e ormai mi sentivo pronto ad andare oltre. Nel 2015 ho trasformato i sogni in realtà correndo prima l’Orobie Ultra Trail e poi il Tor des Géants, interrotto purtroppo quando ero al 270esimo chilometro. Nel 2016 ho corso la mia stagione migliore, nonostante fossi partito senza troppo aspettative iniziali, ho ottenuto ottimi risultati… Resta solo il rimpianto di non essere stato estratto per partecipare al Tor».

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Il viaggio in Nepal

Montagna e lunghe distanze. Hai completamente rinunciato agli allenamenti su asfalto? Come fai a conciliare la preparazione con gli impegni quotidiani? Pratichi anche altri sport?
«In settimana mi alleno solo su strada, su terreno collinare. Altri sport, beh, faccio un po’ di sci alpinismo d’inverno (più che altro su e giù a bordo pista) e ogni tanto faccio qualche uscita in bici da corsa, soprattutto nelle settimane post gara. In stagione mi alleno più o meno tutti i giorni. In pausa pranzo riesco a correre dai 10 ai 17-18 km su asfalto collinare, mentre nei giorni liberi faccio allenamenti più lunghi, raramente però oltre le 4 ore».

Nelle tue giornate e nel tuo mondo non c’è più soltanto la corsa però. Raccontaci del tuo viaggio in Nepal: cosa ha lasciato dentro di te?
«Vedermi sotto un ottomila metri mi ha fatto sentire piccolo piccolo, ne ero intimorito ma allo stesso tempo attratto, come se ci fosse qualcosa che in qualche modo ci unisse. Poi i sorrisi della gente, i colori, i profumi: è stato amore a prima vista. Semplicemente mi sono reso conto, in modo definitivo, che amo la montagna, la natura e ho bisogno – un forte bisogno – di muovermi e di scoprire».

Sara Taiocchi