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Il racconto del Tor des Geants by Carmela Vergura

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di Carmela Vergura

Partenza del Tor des Geants ore 10, domenica 11 settembre 2012, Courmayeur – Piazza dedicata all’Abbè Joseph-Marie Henry. Personaggio storico ed esempio di clero valdostano interessato all’Alpinismo, tanto che nel 1893 ha celebrato una messa in vetta al Monte Bianco. È proprio questa piazza, con la statua dell’Abbate Herry a dare il via ai 631 atleti e aspiranti finischer della 3^ edizione del Tor Des Geants…

Tutti uniti e pronti a partire per questo lungo viaggio, fra di loro anche la sottoscritta, armata di tutto il necessario ed affrontare per il secondo anno consecutivo i 330 km delle Alte Vie della Valle D’Aosta, diventate, in questi ultimi anni famose per altimetria e per distanza in tutto il mondo, grazie a questa gara.

La storia delle Alte Vie della Valle D’Aosta ha inizio solo negli anni ottanta. Da un’ idea di costruire una rete di sentieri che passassero di valle in valle, unendo idealmente un passo alto con un passo alto. Unendo tratti di sentieri già esistenti con altri costruiti completamente nuovi e che fanno nascere le due alte vie. L’Alta via numero 1, poi chiamata l’Alta via dei Giganti, passa sopra il lato “ADRET” della valle, quello più “solatio” sotto il Rosa, il Cervino, il Bianco. Esattamente da Gressoney a Courmayeur. E l’Alta Via numero 2 o Alta Via Naturalistica che passa sopra il versante “ENVERS”. Un anello di due vie che viene interrotto solo dalla strada di fondovalle all’altezza di Donnas.

Un cerchio di quasi 330 km su 24000 metri di dislivello positivo, superando 25 colli al di sopra dei duemila metri, 32 comuni interessati, il passaggio a fianco di 30 laghi di montagna.“Un vero viaggio, che per i semplici escursionisti impegna circa 4 settimane di tempo….” Per coloro che sono semplici escursionisti, ma per noi che abbiamo solo 150 ore a disposizione, il tempo diventa amico – nemico. Sfidare le Alte vie nel tempo massimo di 150 ore, questo sarà il nostro obiettivo da questo momento: domenica 11 settembre ore 10.00 sino a sabato 16 settembre 2012 entro le ore 16.00.

Le temperature non sono quelle dell’edizione dell’anno 2011, ma nessuno se ne preoccupa, comunque il Tor deve partire anche se le previsioni non sono delle più rosee. Il clima è riscaldato dall’altissima quantità di adrenalina sprigionata da ogni poro dei concorrenti e dall’emozione degli spettatori, dei familiari, degli organizzatori e dei volontari. La grandissima motivazione fa salire non solo le temperature, ma soprattutto il momento del via con una passione tale, di cui io posso dire di aver visto poche volte nella mia vita.

Mi guardo intorno e cerco la presenza dei tanti amici iscritti anche in questa edizione: ci sono tutti, o quasi, Cristina e Giorgio, Davis e Sergio, con i quali ho condiviso bellissimi e tormentati momenti del percorso un anno fa, manca Andrea, ha scelto di fare lo spettatore. Incrocio molti volti conosciuti in altre gare precedenti, ma allo stesso tempo nuovi per questo lungo viaggio di 330 km. Presenti anche numerose donne per una gara con difficoltà altimetriche e di lunghezza non indifferente, più di 70 presenze femminili. A tutte loro vanno mentalmente i miei auguri e il buon viaggio nell’affrontare l’avventura del Tor. La presenza straniera è forse pari a quella italiana, atleti provenienti da ogni parte del mondo. Parecchi aspiranti Toptrailer tra cui Marco Gazzola che ritenterà la vittoria, questa volta senza sbagliare percorso, tra le donne è assente Anne Marie Gross, ma non si farà rimpiangere perché la concorrenza femminile è molto alta rispetto agli anni precedenti.

Si parte…ore 10.00 esatte.

RESPIRO PROFONDAMENTE E ACCENDO l’IPOD” (Kilian JORNET)

Prima salita Col Arp, 2571 metri. E’ un colle molto facile, un grande pratone e la salita che si affronta da veri leoni perché si è freschi. Il plotone dei “gigantisti” è allungato come tanti soldatini. Si scollina e c’è il primo controllo in un alpeggio: Youlaz. Durante la salita al Col Arp incrocio diversi amici valdostani come Claudio che ci proverà con tutte le sue forze a terminare l’impresa del Tor e Pietro, psicologo dello sport. Colui che inconsapevolmente è stato la spinta iniziale alla mia partecipazione del Tor, dopo aver letto un suo libro. Comincia il mio cammino e mi chiedo dove sono gli altri due compagni con i quali cercherò di fare un pezzo di gara insieme, sono Sergio e Gabriella. Conoscendoli saranno entrambi davanti.

Dal Col Arp la discesa verso La Thuile è divertente, la corro tutta e mentre mi avvicino sempre di più al primo controllo, conosco anzi, è meglio dire ci presentiamo, io e Michel, un podista valdostano che arriva da un passato di stradista e che ha deciso assieme ad altri compagni di sfidare il Tor.

Secondo ristoro e controllo orario a La Thuile, ore 13.14 di domenica 11 settembre. Saluto tanti amici podisti spettatori della mia avventura, incrocio Gabriella che ammette di essere partita un po’ troppo veloce, le propongo di salire al rifugio Deffeyes insieme, è il rifugio che anticipa la prima salita a quota 2857 metri, il Passo Alto.

Con un passo quasi turistico conquistiamo il Rifugio Deffeyes e il bivacco Promoud da Passo Alto. Da questo punto la discesa si presenta come tra le più tecniche e impegnative di tutto il Tor; quest’anno hanno fatto anche dei lavori di sistemazione del sentiero, ma rimane sempre una discesa difficile, ogni passo deve essere controllato per evitare storte e cadute sulle pietre. Il Crosatie (2838 mt), la salita successiva al Passo Alto mi fa ritornare in mente la purezza di questa montagna, saliamo con calma, moltissima calma, intanto sta arrivando il tramonto e la prima notte da trascorrere fuori casa, e il primo posto vita, Valgrisanche, è ancora lontano.

La formazione verso il paese di Planaval è formata dalla sottoscritta, da Sergio e Gabriella. Il tempo meteo non è dei migliori, sta piovendo anche se in maniera tranquilla. Ore 21.49 di domenica 11 settembre arriviamo a Valgrisanche, tra ali di folla. Finalmente le gambe e, soprattutto, i piedi, possono respirare. Amo questo momento del posto vita perché quando faccio la doccia potrei ripartire subito e mi ripago della fatica di 14 ore di corsa – camminata. Riparto alle 23.07 in compagnia di Sergio, invece Gabriella ha deciso di dormire. Salita notturna verso il rifugio Chalet de L’Epée ai piedi del Colle Fenétre, 2854 metri di altezza. Peccato arrivarci di notte, da questo punto si ammirerebbe la vista del Rutor. Cerchiamo di scendere il più velocemente possibile verso Rhémes Notre Dame, la stanchezza e il sonno sono in agguato in maniera prepotente e arrivati a Rhémes, decideremo cosa fare. Arriviamo al palazzetto che ospita i gigantisti alle 2.30 di notte di lunedì, dopo un veloce massaggio ai piedi, un thè caldo, alle ore 3.24 di lunedì mattina ripartiamo da Rhémes Notre Dames verso il Col de L’Entrelor, un drittone di montagna che ci concede di godere delle bellezze della Valsavaranche, dove arriviamo alle prime luci dell’alba. E’ la prima montagna sopra i 3000 metri.

CON LO SCORRERE DELLE ORE E’ APPARSA LA FATICA” (Kilian Jornet)

L’Entrelor ( altitudine 3002 metri) è una montagna che mi piace moltissimo, anche lo scorso anno mi ha ripagato di immensa felicità. Uno dei tratti di sentiero più famosi di tutta la Valle d’Aosta, collega la Val di Rhemes con la Valsavaranche. Lasciando la montagna alle spalle, voleva significare la prima notte da sveglia, camminando solo in compagnia delle stelle, cosa che non avevo mai fatto nella mia vita. Una camminata notturna che mi ha esaltato per i colori dell’alba davanti i miei occhi. Una volta arrivata in cima vengo intervistata dalla televisione Rai della Valle D’Aosta, mi chiedono perché sono lì, al Tor e cosa mi aspetto da questo giro così lungo. Mi guardo intorno e davanti, i colori del giorno che sta nascendo, mi regala un brivido talmente lungo che vorrei fermare il tempo. Mi trovo a 3000 metri di altitudine, in un alba meravigliosa e un giornalista mi sta chiedendo cosa penso di questo momento.

ALL’IMPROVVISO TUTTO IL DOLORE E LA STANCHEZZA SIANO SCOMPARSI” (Kilian Jornet)

Dalla cima dell’Entrelor, 3002 metri di altitudine si deve scendere a Eaux Rousses (1658 metri), una camminata lunghissima, pietre bagnate miste a erba non ci concedono pause di distrazione, occorre fare attenzione per non scivolare. Durante la discesa incontriamo Michel che si unisce a me e Sergio. Ore 8.38 di lunedì mattina 12 settembre, arriviamo nella piccola comunità della Valsavaranche. Eaux Rousses è un posto di ristoro e controllo orario, mi avvio con i miei amici al tendone, montato per l’occasione del Tor, il mio sguardo cade distrattamente su un pulmino, all’interno ci sono diverse facce amiche e famose, Fulvio, Cinzia e Andrea si sono ritirati per problemi fisici, il loro Tor è terminato, quasi un attimo di invidia (vorrei fermarmi anche io?), ma il Tor è questo: avere la consapevolezza che se non si sta bene occorre prendere la decisione di ritirarsi, altrimenti si rischia il peggio. Si passa in breve tempo dal dolore fisico allo sconforto più totale. Breve pausa e colloquio con i miei amici di viaggio per capire se dobbiamo ripartire subito o riposare un po’, si decide di riposare un pò le gambe, stando distesi nella tenda con i lettini da campo. Un’ ora di riposo vuol dire che non si ha neanche il tempo di chiudere gli occhi e di cambiare i calzini che si è subito pronti a ripartire verso il Col Loson. Dai più questa montagna viene ricordata come la montagna più lunga. Riparto mesta con un grande sonno addosso, non sono riuscita a dormire e questo, lo so, mi renderà nervosa, isterica, ansiosa e con la paura di rimanere senza i miei amici se mi fermo. Devo resistere e continuare.

E, a ogni modo, non sono venuto per cercare di vedere fin dove era capace di arrivare il mio corpo?” (Kilian Jornet)

In cima al Col Lauson arriviamo dopo quasi 5 ore di ascesa , è la cima Coppi del Tor, altezza 3299 metri. La giornata di lunedì è bellissima, fa caldo, si possono ammirare i numerosi camosci, siamo nel mezzo del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Dalla cima del Lauson al rifugio Vittorio Sella (2584 metri), qui finalmente e con immensa felicità abbraccio la mia amica Flavia, mi stava aspettando per farmi gli auguri e incoraggiarmi a non mollare. Dal Sella si scende al paese di Cogne (1534 metri), secondo posto vita. La discesa dal Sella è semplicemente odiosa, pietre sporgenti che non consentono né di correre, né di camminare, Cogne è sotto di noi ma arriviamo dopo un tempo eterno di cammino. Lungo la strada che porta al paese di Cogne, incrocio Vincenzo un trailer, organizzatore di gare, che ha deciso di ritirarsi, toppi problemi alle gambe.

Il mio arrivo a Cogne, ore 17.18 di lunedi 12 settembre, è segnato da un profondo momento di riflessione: è pomeriggio inoltrato, sono più di 30 ore che non dormo, puzzo e ho voglia di un bagno caldo. Ho percorso solo 102 chilometri, ne mancano 230! Cosa ci faccio qui? Perché sono qui? Fra due giorni, la mia bimba, la mia unica bimba inizierà le scuole elementari ed io sono nel mezzo di un sentiero, sta arrivando la sera e poi la notte, ho sonno, sono stanca, ho bisogno di dormire, ho voglia di piangere, vorrei abbracciare i miei cari, devo affrontare ancora 4 giorni estremi. Resisto o mi fermo? Basta non ne ho più voglia, basta fare queste sfide, basta con l’estremo, da domani solo gare corte e di breve tempo. Così ragionando mi ritrovo davanti il palazzetto sportivo di Cogne allestito come per una grande festa.

I miei occhi si illuminano quando vedono: Elisa, Alessandro, oddio come sono felice, si può essere così intensamente felice nell’abbracciare la sicurezza e l’amore dei cari? Immensamente felice e rincuorata. Mio marito mi ha dato sempre fiducia e trasmette tranquillità: mi dice che posso farcela, che posso riposare e ripartire, mi dice che non posso mollare adesso, che mi sono lasciata dietro grosse difficoltà altimetriche, mi dice che verrà ad aspettarmi a Donnas, mi dice che devo continuare perché io sono forte. Lo devo fare per loro, per tutti quelli che fanno il tifo per me, ma soprattutto per me stessa! E riparto alle 19.45 da Cogne. Direzione rifugio Sogno!

Il rifugio Sogno di Berdzè (2526 metri) sembra vicino, ma anche qui il cammino per arrivare è eterno, infinito, quasi un rifugio fantasma. Il rifugio lo vedi all’improvviso, nascosto e invisibile nell’oscurità. Io e Sergio e Michel ci arriviamo in piena notte. Lassù, dietro il rifugio, si vedono delle lucine che salgono verso La Fenétre De Champorcher, è il confine dalla Val di Cogne alla Valle di Champorcher. Domani mattina se tutto va bene saremo a Donnas, terminerà l’Alta Via 2. Domani mattina la sottoscritta potrebbe anche fermarsi, domani mattina è un altro giorno.

MENTRE MI FRULLANO IN MENTE QUESTI PENSIERI……….” (Kilian Jornet)

Il Sogno ci accoglie nella sua bellezza di rifugio di montagna con il caldo del camino, con l’odore del minestrone e la bontà della crema di Cogne. Prelibatezze che mi concedo in maniera lentissima, ci togliamo le scarpe e la maglia. Il sonno, in tutta la sua bellezza ristoratrice, ci accoglie. Dormiamo 2 ore nel caldo delle stanzette del rifugio. Finalmente posso rilassarmi e riposare i pensieri: domani saremo a Donnas, praticamente quasi a metà Tor, poi si passerà nell’Adret della Valle D’Aosta. E con questi pensieri dormo.

SE TI E’ NATO IL GUSTO DI SCOPRIRE NON POTRAI CHE SENTIRE IL BISOGNO DI ANDARE PIU’ IN LA’.” (Walter Bonatti)

Fenétre De Champorcher, oltre 2827 metri, è distante dal rifugio Sogno meno di un’ora, è notte fonda il freddo entra nelle ossa, poi si comincerà a scendere, la luna piena a farci compagnia, ogni tanto ci scambiamo due parole, ma sia Sergio che Michel trattengono le emozioni dentro se stessi, la notte chissà perché rende le persone silenziose e solitarie.

Lunga traversata e discesa verso il Rifugio Dondena (2186 metri), è quasi l’alba, beviamo un thè caldo e si riparte. I volontari di tutti i punti di ristoro, dei rifugi e dei posti vita del Tor, ci accolgono come dei familiari a cui dare affetto e incoraggiamento. E’ anche per questo motivo che ho voluto fortemente ritornare al Tor. Quali occasioni avrò per conoscere e parlare con tante persone con le quali si condividono poche parole e tutte di conforto e di incoraggiamento? Chardonney ore 5.19 di martedi mattina, ci accoglie ancora con il buio, il tendone è praticamente vuoto, controllo orario, thè caldo e massaggio ai piedi.

NELLA VITA C’E’ UN GIORNO IN CUI DEVI DECIDERE QUAL’E’ IL TRENO CHE VUOI PRENDERE, UNA VOLTA CHE CI SEI SALITO NON PUOI PENSARE A COSA SUCCEDEREBBE SE TU NE PRENDESSI UN ALTRO…..”

Si scende e si sale, e ancora salita e discesa. Dal Colle Fenétre di Champorcher a Donnas ci sono più di 20 km di sentiero, alcuni tratti in risalita, ma soprattutto tanta discesa, e non si arriva mai! Fermata veloce a Pontboset, Sergio ha grossi problemi ad un ginocchio, non ce la fa più, ogni passo è un dolore acuto all’articolazione. Probabilmente abbandonerà a Donnas se non riesce a superare il dolore. Riparto sola con Michel che mi precede di poco. Cammino per quasi tutta la mattina di martedì e la Bassa Valle mi accoglie con un bel sole caldo. Camminare sull’antica strada romana delle Gallie mi riporta indietro nel tempo, pietre intagliate nella roccia, in questi duecenti metri di via romana rimasta (primo secolo A.C.). Simbolicamente mi sento una guerriera come tutti quelli che transitavano a piedi dall’Italia verso le montagne della Valle. Questo breve tratto di via, preziosamente conservata, rappresenta da millenni la storia della regione Valle D’Aosta. E’ giorno pieno, la gente lavora, ed io sono qui, sudata e stanca a camminare sulla via Romana. Potrei anche terminare qui: all’idea di quello che mi aspetta da adesso in avanti mi fa venire un senso di smarrimento. Scaccio via questi pensieri e mi programmo in ordine le cose da fare: cambio completo di tutto l’abbigliamento che ho addosso, doccia lunghissima, massaggio lunghissimo ai piedi, telefonata ai miei famigliari, piatto di pasta e …ripartire.

A Donnas (330 metri), arrivo ore 9.59 di martedì mattina 13 settembre, tutto il Team Thermoplay e molti amici mi accolgono festanti, mi incoraggiano, e mi sento rinascere. Il sonno è in agguato e quanto meno me lo aspetto arriverà, per intanto mi godo la festa. Il salone preparato anche questo per il Tor è stracolmo di gente: più che ad una gara sembra in parte un piccolo ospedale, dall’altra una festa con amici e parenti. Tutti i corridori sono cullati e coccolati. Che bella sensazione. Riparto da Donnas, posto vita numero 3, con Michel, invece Sergio, bloccato al ginocchio, quasi in lacrime decide di abbandonare. Lo saluto con il magone, perché con lui era bellissimo camminare insieme. Ore 12.45 di martedì, lasciamo Donnas, ci prepariamo ad affrontare il tappone di Gressoney, 52 chilometri, e moltissimi metri di dislivello positivo. Non ho visto mia figlia e mio marito perché mi aspettano a Perloz, fa molto caldo. Le previsioni meteo però non sono buone, a partire da stanotte e domani pioverà. Per adesso fa caldo e questo ci fa sentire bene, con tutto il freddo che abbiamo preso stanotte.

Saliamo verso Perloz (663 metri), la piccola folla di spettatori ci accoglie con i campanacci tipici della Valle D’Aosta, qui la vista dei miei cari mi fa ritornare in mente quanto sia bello essere amati. Comincio a piangere, abbraccio Elisa e le chiedo della scuola, se è pronta a cominciare, e lei che dopo un po’ mi chiede “mamma perché devi andare via?”, arriverò presto amore mio, la mamma sta facendo una camminata molto lunga perché un giorno potrà raccontare di questo cammino a te, quando sarai più grande e forse ai miei nipoti, forse!

Ridiamo tutti di ogni parola detta, spettatori, volontari, concorrenti, il momento è bellissimo, Perloz mi entra nel cuore. Ma dobbiamo ripartire, Michel e altri amici trailer biellesi, si uniscono a noi, abbiamo abbandonato l’alta via 2 e stiamo salendo verso Gressoney, attraverso l’alta via 1.

CHE COSA’ PROVERO’ A TAGLIARE IL TRAGUARDO?” (Kilian Jornet)

Rifugio Coda (2224 metri), il prossimo rifugio in cui fermarsi per il controllo chip. Il sonno è sempre più in agguato, gli occhi si stanno chiudendo da soli, ho la tachicardia dalla stanchezza. Michel prova a parlare, parla di tante cose, riesco a seguire solo alcune parole. La salita verso il Coda è ripida, da Donnas, 330 metri di altitudine al Coda 2224 metri. Le forze, per la mancanza di sonno mi stanno abbandonando, mentre comincio le mie lamentele sottovoce ad un tratto una specie di furetto viene giù quasi scapicollandosi, non capisco,forse ho le allucinazioni. Invece il furetto ha un nome: Cecilia, la mia amica Cecilia che mi viene incontro. “So che avevi bisogno di me, ed io sono arrivata”. La sua visione non è solo una boccata di ossigeno è di più! Mi ha fatto riprendere le forze, mi è passato anche il sonno. Lei ci precede e ci porta quasi sulle sue spalle sino al Coda. Cecilia, uno dei momenti più belli e inaspettati di tutto il Tor. Al Coda arriviamo quasi all’imbrunire. Cecilia ci abbandona per ritornare velocemente nel biellese. Con Michel si decide di ripartire subito, prima che il sonno prende il sopravvento. Decido che è meglio fermarsi a riposare al lago Vargno. Il rifugio Coda segna i 165 km del Tor. Vuol dire che ne mancano altrettanti al traguardo: meglio non pensarci e andare avanti. Dal Coda si scende verso il lago Vargno, intanto sta arrivando la notte, la terza notte fuori e ho dormito quanto? Due sole ore al rifugio Sogno!

COMINCIA A SCENDERE LA NOTTE SULLE MIE SPALLE, IL SOLE SI NASCONDE DIETRO ALLE VETTE APPUNTITE E ALLE PARETI ROCCIOSE BAGNATE DI NEVE “ (Kilian Jornet)

Michel all’improvviso, sparisce davanti a me, preso da uno strano spirito di competizione segue alcuni ragazzi anch’essi in gara che sembrano appena partiti, e spariscono alla mia vista. Resto da sola e comincia a piovere. E’ notte.

L’ALPINISTA E’ UN UOMO CHE CONDUCE IL PROPRIO CORPO LA’ DOVE UN GIORNO I SUOI OCCHI HANNO GUARDATO. E CHE RITORNA”

Il Lago Vargno è un posto che mi ricorda l’escursioni con le ciaspole, è un bellissimo luogo quello che sto attraversando, nella riserva naturale del Mont Mars. Non vedo lo specchio d’acqua con questo buio, però ricordo che anche lo scorso anno sono arrivata con il buio. Cosa faccio? Dormo? Riposo? Ci provo e mi distendo per un’ora sulla brandina preparata nei locali di questa casetta – rifugio. Penso di dormire ma è solo una mia impressione. Michel non so dov’è. Da questo momento in avanti mi rendo conto che sono da sola.

No, non sono sola. Michel ricompare come uno gnometto della notte. Ripartiamo per il colle Marmontana, quota 2350 metri. Mentre risaliamo qualcuno scende verso il Vargno, è Pietro che all’improvviso si è reso conto che deve riposare altrimenti rischia di addormentarsi al Colle. Nella notte il freddo si intensifica e con esso anche le previsioni del brutto tempo cominciano ad avverarsi. Il Colle Marmontana è una salita facile, ma se non sbaglio più avanti c’è una ascesa di cui ricordo solo la pendenza: si chiama Crenna dou Leui, solo a 2300 metri, un intensa ascesa di rocce e pietre.

LA VIA VERSO LA CIMA E’ COME IL CAMMINO VERSO SE STESSI, SOLITARIO” (Alessandro Gogna).

La Crenna dou Leui è una cima che nella notte lascia il segno, perché al Colle della Vecchia le gambe cedono spaventosamente stanche. Si deve raggiungere Niel al più presto, il brutto tempo sta arrivando e con esso tutti i pensieri negativi.

Stanchezza, freddo, quasi solitudine e voglia di piangere mi accompagnano nel cammino verso il paesino di Niel. E’ l’alba, il cielo è grigio, nuvole che non fanno bene al nostro animo. Con Michel ci scambiamo poche parole, Niel sembra irragiungibile. Sale e scende il sentiero, come a volerci prendere in giro, e poi ancora un bosco, e un altro, e ancora uno. E’ giorno ormai pieno, piove e siamo stremati dalla notte di cammino. Decidiamo uno stop sotto le tende attrezzate per l’occasione del Tor. E’ impossibile dormire e anche riposare. Un elicottero sta trasportando materiale edile di una casa in costruzione. Mi rendo conto che non è proprio il caso di perdere altro tempo. Sotto le coperte provo a cambiarmi la roba bagnata. Mi propongo di indossare tutto quello che ho di asciutto. Sento le frequenti gocce cadere sulla tenda e mi aspetta la prossima cima: Punta Lazouney (2579 metri). Alzarsi questa volta dalla brandina è un gesto faticosissimo. Ho male alla testa, i piedi sono doloranti. Tremo dal freddo e Michel ha perso il suo buon umore. Ma quello che è peggio è la pioggia, fitta pioggia. Ci incamminiamo assieme ad altri concorrenti, la salita sembra una piccola processione. Siamo tutti in silenzio coperti sino al mento e in religioso silenzio si sale, al di là del colle c’è Gressoney. Posto vita da raggiungere assolutamente! Obiettivo che impongo a me stessa e che ripeto tante volte a Michel.

CAMMINARE PER ME SIGNIFICA SIGNIFICA ENTRARE NELLA NATURA. ED E’ PER QUESTO CHE CAMMINO LENTAMENTE , NON CORRO QUASI MAI. ( Reinhold Messner) .Il lento cammino sulla salita verso il Lazouney, ci permette di guardare intorno questo spazio aperto, e la discesa al vallone di Lòo, è tutto sommato divertente. Si cammina tra praterie, torbiere, alpeggi. Presto arriveremo a Gressoney. Potrò riposare i piedi, che nel frattempo, causa il terreno bagnato mi hanno provocato una serie di vesciche ad entrambi i piedi. Michel, intanto decide di fermarsi a salutare degli amici ad un alpeggio di Ober Lòo. Ci rivedremo in paese. Durante la mia discesa incontro Luciano, altro trailer e con lui percorro un buon pezzo di discesa. Un saluto festoso a Marco e Giuseppe, due concorrenti che si sono ritirati quasi subito dalla gara, ma la stanno seguendo come tifosi. Arrivo a Gressoney in pieno giorno, odio questi ultimi chilometri per arrivare al palazzetto di Gressoney, sono su asfalto e per giunta in leggera salita. Faccio un programma di massima per le ore seguenti: al posto vita mangio, mi cambio e riparto, dormirò strada facendo, prima del Colle Pinter. Decido che mi fermerò al Rifugio Alpenzù Grande (1779 metri).

Anche l’uomo, come il legno, se pensa al tramonto diventa migliore”.(M. Corona)

In cuor mio spero di non stare da sola, di avere qualcuno con cui condividere il mio programma. Michel probabilmente si fermerà più del previsto a Gressoney. Ha smesso di piovere, ma le notizie di radio corsa non sono buone: stanotte sono previste nevicate. Paura? Ma no, non sono da sola. Ho sempre il mio angelo custode al mio fianco! Il palazzetto di Gressoney è gremito di gente: familiari, curiosi, trailer, volontari. Sorrido alla visione di tanti piedi scalzi da curare. Siamo messi tutti abbastanza male, soprattutto per le vesciche. Intanto provo ad indagare se c’è qualcuno che conosco con cui posso ripartire e avere una spalla, eventualmente su cui piangere! Telefono a mio marito per sentire la voce della bimba; “ti aspettiamo al traguardo, ormai manca poco!” Manca poco!! Certo camminando tutta la notte, il giorno dopo e la notte ancora dopo! Manca poco…solo due giorni.

La vetta interiore è la pace interiore, la pace con me stesso”. (Thomas Huber.)

Il Colle Pinter, 2777 metri la cima, è una bellissima salita progressiva, il paesaggio è spoglio e lunare, arrivo in cima all’imbrunire, dopo aver riposato due ore al Rifugio Alpenzù. Ho dovuto fermarmi, poiché è avvenuto quello che temevo, mi sono addormentata mentre camminavo.

In cima al Pinter devo coprirmi in frettissima. Sta scendendo il buio, ma il freddo è ancora peggio. La discesa è quasi a perdifiato, con me un francese e un tedesco. Ci facciamo compagnia per molto tempo, sino al rifugio Vieux Crest (1935 metri). Anche lo scorso anno in questo rifugio mi sono sentita accolta dal calore umano e dal buon profumo della minestra, ma ciò che devo fare per prima cosa è curarmi le tre vesciche. Adesso il male è penetrante psicologicamente. Devo bucarle e aspettare di arrivare al primo posto dove possono mettere dei cerotti. E’ sera quando riparto dal rifugio, altre due ore di cammino e arriverò a Saint Jacques. Qui decido in ogni caso che devo assolutamente riposare e ripartire verso il Rifugio Grand Tournalin con le gambe riposate. Il cammino verso Saint Jacques è un inferno. Vesciche doloranti, sonno tremendo, pensieri che si annullano l’uno con l’altro, ho anche l’MP3 scarico. Sono sola, nella notte, davanti e dietro di me non si vedono lampadine frontali. Trascino i bastoncini come un cadavere e avrei solo una grandissima voglia di fermarmi. Un passo davanti all’altro, ancora uno e si passa davanti i due rifugi: Guide Frachey e Rifugio Ferraro, ma non mi fermo in nessuno dei due: solenne promessa a me stessa” nel 2013 il primo rifugio e la mia prima escursione avranno come meta questo rifugio, il “Ferraro”.

Che senso ha scalare una montagna?.. Ciò che conta è sapere di aver compiuto qualcosa.” (Geirge Leigh Mallory)

Come in una visione appaiono le luci in fondo: Saint Jacques. Discesa terrificante con le vesciche doloranti. Ci arrivo in un tempo indefinito, ma ci arrivo. Al rifugio siamo in tantissimi. Tutti atleti che vogliono dormire. Ormai siamo stremati. Doloranti. Occhietti semiaperti. Visi “alluccinati”. Io sorrido di tutto ciò, la più normale sembro ancora io. Curiamo le vesciche, ah che bel momento! Radio corsa annuncia la neve sul percorso, l’organizzazione del Tor si sta attrezzando per le emergenze, ed intanto io vado a riposare. Chiudo gli occhi e sono già nelle braccia di Morfeo, il Dio del sonno! Riparto dopo 2 ore, da sola verso il Rifugio Gran Tournalin( 2534 metri), per arrivarci 3 ore di pura salita. Uscire dal paese di Saint Jacques è un dramma. Nevica! Salgo lentamente e fiocca sempre peggio. Cerco di essere serena, il sonno mi ha ridato una nuova energia, dietro di me ci sono tante lucine che salgono, non sono sola e questo mi tranquillizza. Non vedo assolutamente nulla. Ormai nevica alla grande e il rifugio non si vede ancora.

Alle 3 di notte di mercoledi 14 settembre il Tor Des Geants viene interrotto per 5 ore esatte.

Gli atleti, dal primo all’ultimo devono rimanere fermi esattamente nel punto in cui si trovano. Le condizioni meteo non permettono la prosecuzione della gara. Alle 3 esatte la sottoscritta si ritira in una stanzetta del rifugio e mai dimenticherà quella dormita, serena, ristoratrice, miracolante! Alle ore 9 del mattino, il via libera alla gara. Durante la notte il rifugio si è letteralmente riempito di corridori. Alcuni appena arrivati prima della ripartenza! Ciò voleva dire che erano stati presi in pieno dalla bufera!! Al momento del nuovo via il meteo è cambiato, tempo bellissimo, dopo la bufera rimane il bianco della neve caduta durante la notte, non sappiamo quanti corridori siano transitati dal Colle del Malatrà, lo stesso Colle che stanotte o al massimo domani mattina dovrei valicare per raggiugngere Courmayeur. Le notizie di radio corsa danno i primi atleti arrivati al traguardo, ma i più sono ancora tutti sul percorso. Il Colle di Nana si raggiunge in breve tempo e la discesa verso Valtournenche è quasi una piacevole passeggiata. Le vesciche si stanno seccando, mi sento “riposata” e ho ripreso il buon umore con l’apparire del sole. Scendendo saluto un famoso “ex-skyrunner valdostano” che una volta smessi le vesti del corridore, ha ricominciato a fare il suo lavoro, cioè costruire tetti e case :”Cosa fai lassù” gli urlo”dovresti essere al mio posto!”, di tutta risposta replica :” oh ma tu sei brava, io ormai sono vecchio, “ (notare che siamo dello stesso anno di nascita), forse un altro anno, ci sto pensando”, un saluto come fosse una stretta di mano e Valtournenche mi accoglie nel palazzetto dello sport. Il tempo di ripulire le vesciche, mangiare qualcosa, anche se ormai in bocca il dolce è uguale al salato, e riparto . Obiettivo: raggiungere Ollomont il prima possibile. Michel ha abbandonato la corsa, problemi ad un piede, le poche informazioni lo danno come ritirato a Gressoney. Sono rimasta definitivamente da sola, ormai chi viaggia in coppia o in tre procede insieme. Ma c’è sempre la sorpresa dietro l’angolo e, un angelo custode dal nome Alessandro come mio marito, che di mestiere fa il veterinario si offre di farmi compagnia. E’ un viso conosciuto, visto in altri trail, il passo è uguale al mio, nel senso che lui non ne ha di più di me, accordo fatto, divideremo il resto del Tor insieme. Mancano 80 km al traguardo di Courmayeur, c’è tantissimo da camminare, occorre essere molto prudenti nel non esagerare e sperare che il tempo meteo non peggiori. Telefonata ai mei cari, mio marito è fiducioso. Mi mette al corrente delle varie notizie successe al Tor, dei ritirati famosi, dei vincitori, dei vari stop a causa di una frana e della neve, dei tanti conoscenti ritirati e infine urla: “non mollare…”.

Piacevole risalita da Valtournanche verso il lago artificiale di Cignana, è pieno giorno, è tornato anche il caldo. Non sembra neanche di essere in montagna adesso, perché su questa parte di Valle d’Aosta c’è tanta mano dell’uomo, viottoli ed edifici di servizio e condotte che partono dalla diga del lago. Proprio vicino la diga ci accoglie per qualche minuto il Rifugio Barmasse. Adesso si è alzato un vento forte e fastidioso, ci incamminiamo verso la Finestra d’Ersa (2290 metri)., il prossimo è il rifugio Reboulaz prima dell’oratorio di Cuney. Questa zona dell’Alta Via non permette di spaziare con gli occhi, è un sentiero quasi piatto, interrotto da risalite brevi ma brusche e discese brevi, ma tecniche. Non vedo l’ora di arrivare all’oratorio, anche solo per una preghiera!

“Provai gioie troppo grandi per poterle descrivere, e dolori tali che non ho ardito parlarne.” (Edward Whymper)

Scende la sera, a guidarci verso l’oratorio è il suono forte di un campanaccio. Breve sosta per bere qualcosa di caldo, ormai è buio, io e il compagno “ angelo custode” ripartiamo per il colle Vessona, ai piedi del quale si trova un minuscolo riparo per i turisti, il bivacco “Clermont Ferrand”.

Se non ricordo male la discesa dal Vessona è difficile. E’ un insieme di sfasciume e pietre, ogni passo è controllato, non c’è un vero e proprio sentiero, ma una semplice traccia, segnata da tante inversioni. La discesa è lunghissima, ancora più lunga ed estenuante è il cammino per arrivare a Oyace – Closè, siamo nella Valpeline! Infinita! Solo questo mi vien da pensare. Da Vessona a Closè sembra di essere su un tapis roulant, vai, vai vai, e non arrivi mai. Dal Cuney a Closè sono “solo” 14 km. Che detti così possono essere pochi. Affrontatati dopo oltre 250 km, sono eterni. Percorsi di notte poi non sono l’ideale. Con le gambe e i piedi che pregano il riposo. Si va avanti e come noi tutti gli altri 400 gigantisti. Alcuni li incontriamo man mano, non sono molto allegri. Addirittura un ragazzo comincia ad urlare la propria rabbia e stanchezza spaccando il bastoncino sopra un recinto in preda ad una profonda crisi di nervi. Closè dov’è? Non è possibile che non si arrivi mai. Bosco. Altro bosco. Luci lontane, poi più vicine, ma non è Closè. E poi ancora luci lontane. Calma ragazzi, calma, ci siamo quasi, abbiamo scelto quest’avventura per capire dove possiamo arrivare, e dove può arrivare anche la nostra testa. Closè finalmente! Notte fonda. Alessandro sceglie il riposo. Io non ci riesco, è arrivata una notizia da togliere il sonno: i volontari ci annunciano che Il Tor Des Geants avrà il suo arrivo finale a Saint Rhemy en Bosses, non a Courmayeur. I motivi sono di sicurezza. Questo il comunicato dell’organizzazione: “Dopo il sopralluogo tecnico il Comitato di gara ha comunicato che il colle del Malatra non è più percorribile a causa del ghiaccio creatosi lungo il percorso. La gara termina a Saint – Rhemy- en-Bosses. Troppo pericoloso continuare”.Il colle Malatrà (quasi 3000 metri di altezza), esattamente il confine tra la Valpeline e Courmayeur è diventato una lastra di ghiaccio, e non permette il passaggio in sicurezza di tutti i corridori. Con moltissima prudenza e l’assistenza delle guide e soccorso alpino, solo una settantina di concorrenti sono riusciti a transitare dal colle. L’organizzazione deve pensare alla incolumità di tutti i concorrenti ed ha tristemente deciso di far concludere il Tor a Saint Rhemy, prima di affrontare il Colle del Malatrà. Tutto questo si decideva mentre la sottoscritta all’interno del palazzetto di Closè, allestito per l’occasione del Tor, intrattiene piacevoli relazioni sociali e parlo e chiacchiero con tutti, corridori, stranieri e italiani, con Marco e Giuseppe che hanno seguito il Tor come “animatori”. I miei occhi sonno semichiusi dal sonno, ma sono troppo eccitata dalla notizia per dormire. Penso: “Domani il mio Tor termina. Domani si torna nel mondo reale. Domani abbraccerò mia figlia e mio marito. Domani sera dormirò nel mio letto. Domani tutto ritornerà nella normalità”. Le ore della notte liberano i pensieri del domani e quasi dimentico le altre due cime da affrontare prima di giungere al paesino di S. Rhemy. Il mio angelo custode, Alessandro, ha dormito, io nemmeno per idea, ci prepariamo quindi per le ultime ore di salita e di fatica. Ormai con la certezza del traguardo anticipato a Saint Rhemy, che vuol dire quasi 30 km in meno, quasi 2000 metri dislivello in meno, quasi 16 ore di corsa in meno. Ripartiamo da Closè verso il Col Brison (2186 metri) alle 4 di notte, mentre salgo all’improvviso sento forti brividi, mi sento strana, confusa, ho nausea, devo sedermi. Non riesco quasi a camminare. Ogni pochi metri devo fermarmi, raggiungere la cima è un ‘impresa terribile. Stanchezza, voglia di riposare, di piangere, di finire qui il Tor. Alessandro, il mio angelo custode veglia su di me, mi rimprovera del fatto di non aver riposato e mi sprona in ogni modo. La crisi dura moltissimo ma Ollomont è vicina. Ci arriviamo al mattino presto. E’ l’alba di venerdì. Fra poche ore saremo nella Valle del Gran San Bernardo, e con il Colle Champillon termineranno le ascese anche del Tor 2012. Alessandro riparte subito io mi fermo ad Ollomont. Ne sento il bisogno.

Secondo miracolo dopo il furetto Cecilia: è Alessandra, mia amica di avventure trail, mi raggiunge ad Ollomont e mi accompagna in tutta l’ascesa del Colle Champillon (2709 metri). Con lei anche il suo cagnolino.

Terzo miracolo, al rifugio Champillon anche un amico, Augusto, che mi aspetta per fare l’ultima salita assieme.

E’ uno dei momenti più importanti e memorabili di questo Tor des Geants. Due amici che mi conoscono e che mi vogliono bene hanno deciso di lasciare per qualche ora le proprie attività per accompagnare la sottoscritta, che quasi non riesce più a ragionare, stremata dai quasi 300 chilometri e che sta per affrontare l’ultima cima del viaggio Tor. Saliamo chiacchierando, e mi lascio andare a dei soliloqui: “ da domani mi dedicherò ad attività più tranquille, farò un corso di cucina e di musica, niente più gare per un anno ecc, ecc.” Alessandra sorride a tutto ciò che dico, tanto non ci crede! Poi la cima e torno a ragionare! La discesa dal Colle Champillon è puro divertimento. Riprendo le forze, corro come fossi appena partita e non importa se gli ultimi chilometri sono tutti su una bellissima strada poderale, cammino raschiando le ultime forze rimaste, Augusto e un’altra amica, Rosa, venutami incontro da Saint Rhemy, sono gli ultimi angeli custodi di questo incredibile, immenso viaggio dell’anima, e alle ore 15.30 di venerdi 15 settembre arrivo al traguardo di Saint Rhemy.

Elisa mi viene incontro e con lei il sorriso e la sensazione di essere accolta come una piccola eroina. Il mio TOR termina qui, dopo 125 ore.

L’abbraccio commovente con mio marito, e tutto ritorna nella normalità, dentro di me, ne sono convinta da adesso in poi i miei occhi guarderanno il mondo con occhi diversi.

Le gioie più belle della vita sono i ricordi, ricordi scolpiti nella mente. I ricordi che entrano nel cuore, che fanno bene allo spirito e fanno pensare sempre in positivo.

Ecco , per me il Tor Des Geants è stato tutto questo, un viaggio della mia anima, del mio essere libero e del mio aver voluto ad ogni costo affrontare l’ignoto, l’avventura, essere da sola nei

momenti critici e non sentirsi mai soli. Saper che nelle difficoltà del meteo potevo farcela.

Tor des Geants, una fiaba da raccontare a coloro che avranno creduto in me e che vorranno a loro volta avventurarsi.” Carmela

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Ad Elisa la mia rinascita

Ad Ale, il mio paziente amore

A Cecilia che sarà sempre un esempio

A Roberto che mi ha sempre sostenuto

Ad Augusto, Alessandra, Alessandro, Sergio, Michel, angeli custodi del viaggio

All’aquila che stampata sulla maglia mi incita a volare

Alla mia famiglia sempre vicina

Al Boss che sarà sempre una tifosa

Alle mie allieve fiduciose della loro maestra

Agli Amici quelli su cui puoi contare

Alla vita che si deve sempre amare…..