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Preti di strada e podisti su strada, vite che si incrociano

Anche quando correre diventa un’abitudine, le corse non sono tutte uguali. Anche per chi ha corso quasi 200 maratone o ultramaratone, ci sono momenti che si stampano nel cuore. Dove l’emozione regalata dallo sport si intreccia a volti e ricordi che segnano la vita. Luciano Ferrari ha 67 anni, un lavoro come dirigente nella Banca Popolare di Sondrio, una famiglia con 3 figli e 7 nipoti e da ormai 12 anni una grande passione per la corsa.

luciano ferrari dedica a don roberto malgesini

Appuntamento quotidiano con l’allenamento alle 5.30 del mattino e una lunga fila di gare, con una predilezione per le imprese che richiedono più fatica, come l’Ironman di Cervia disputata a 64 anni o la 100 km dell’Etna. Lo scorso 19 settembre, a Bussolengo, Luciano Ferrari ha partecipato al Campionato italiano Fidal di 24 ore di corsa. Una gara che per lui ha avuto un sapore speciale per due ragioni.

È stata innanzitutto l’occasione per festeggiare la sua vittoria sul Covid. «È stato un anno particolare per me – esordisce Luciano -. Ho avuto una polmonite bilaterale dovuta al Coronavirus. Non sono stato in ospedale ma ho avuto 11 giorni di febbre altissima. È arrivata la Croce rossa perché avevo la saturazione bassa ma sono sempre rimasto a casa, anche grazie al fatto che mia figlia era riuscita a procurarmi una bombola di ossigeno. Devo dire che ho avuto più paura dopo, quando ho preso consapevolezza che, considerata la mia età, ho attraversato un rischio non da poco. Dopo i giorni più difficili, quando ancora io e mia moglie eravamo in quarantena, ho ricominciato subito a correre: abbiamo allestito in casa un percorso di 50 metri, io ho percorso in tutto 350 km, mia moglie circa la metà. E avevo anche tanta voglia di tornare alle gare. Mi ero iscritto al campionato europeo di 24 ore, che si è svolto poi solo come campionato italiano Fidal. Ero consapevole di non poter puntare a correre 150 km come faccio di solito, viste le mie condizioni l’obiettivo era fissato a 100 km e sono riuscito ad arrivare a 102».

Luciano è abituato a dedicare ogni sua gara ad una persona. Per questa 24 ore il pensiero è andato subito ad una persona che era scomparsa tragicamente pochi giorni prima: don Roberto Malgesini. Il prete degli ultimi, che portava germi di amore nelle strade di Como, originario di Cosio Valtellino. A fianco dei senza tetto, immagine viva del Vangelo. Ucciso a coltellate proprio da una persona della strada all’età di 51 anni. Le vite di Luciano e don Roberto si erano incrociate molti anni fa. Quando Roberto, prima di intraprendere il cammino verso il sacerdozio, lavorava nella filiale di Lecco della Banca Popolare di Sondrio. 

«Io sono stato direttore lì dal 1988 al 1990 – ricorda ancora Luciano Ferrari -, lui era stato assunto proprio in quel periodo. Quando poi mi sono spostato a Milano un collega un giorno mi disse che due dei ragazzi che erano alle mie dipendenze a Lecco avevano deciso di diventare preti e infatti mi ricordo che mi era venuta la battuta: ‘Possibile che tutti quelli che lavorano con me vadano in Seminario?’. Negli anni poi sinceramente ci eravamo persi, finché quando è accaduto il triste evento di settembre è venuto un collega della sede centrale e me lo ha fatto ricordare. Così mi è tornato in mente qualche flash».

Un fatto che viene a coincidere proprio con la corsa di Bussolengo. «Quando corri per 24 ore in un circuito di 1 km ovviamente pensi a tante cose. Quel giorno la mia testa andava continuamente al ricordo di quel collega e alla sua morte, pensavo a come potesse essere successo davvero… Tornato in ufficio, mi sono soffermato parecchio a guardare la foto del suo volto. C’era l’immagine della bontà scritta nel suo sorriso. Guardandolo mi chiedevo come faceva don Roberto Malgesini ad essere così felice».

Un volto che si è impresso negli occhi e nel cuore di Luciano. «Anche adesso penso spesso a lui, soprattutto al mattino quando corro, prima di andare in ufficio, mi viene in mente il suo sorriso. E se sei un po’ triste penso che vedere la sua faccia ti aiuti a riconciliarti con il mondo».
È così per Luciano, che a 67 anni nutre ancora sogni a ritmo di corsa. «Fino a 55 anni non avevo mai corso, praticavo solo un po’ di bici, sci o nuoto, ma ero uno sportivo da giro della domenica mattina. Ho cominciato a correre in un parco in Brianza, dove abita mia figlia: all’inizio facevo l’anello di 2 km, poi ho aumentato pian piano fino ad arrivare in un anno e mezzo a correre la mia prima maratona, a Francoforte».

Quest’anno ha intenzione di ripartire appena riaprono le gare. «Di sicuro farò le 5 maratone in 5 giorni e le 10 maratone in 10 giorni al Lago d’Orta, in programma rispettivamente per giugno e agosto. Mi piacciono le lunghe distanze, le gare di fatica: penso che sia la forza di volontà a spingerti ad ottenere ciò che sogni. Quando ti metti in testa qualcosa devi arrivare fino in fondo. È stato così anche per don Roberto: sicuramente anche lui aveva una grande volontà, ma probabilmente anche qualcosa in più. Lo si vede dal sorriso che testimonia quanto fosse contento di ciò che faceva».

Una testimonianza indelebile, consegnata ad ognuno perché continui a portare frutto. «Il suo operato è stato qualcosa di unico. E pensare che c’è anche chi non lo apprezzava… La memoria di quello che ha fatto deve entrare in ognuno di noi: non servono monumenti o busti per ricordarlo, deve rimanere impresso nella nostra testa e nel nostro cuore».

Per Luciano è così. In ogni battito delle sue corse. In ogni momento della sua vita.

Francesco Ferrari
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