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I cinque cerchi – Alex Baldaccini e il sogno azzurro della Nazionale

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C’è un team nazionale che non fa rumore, che non ha i riflettori di uno stadio puntati addosso e che non ha una divisa super firmata e inaspettatamente nera da sfoggiare con orgoglio. Si tratta degli azzurri (di nome e di divisa) della corsa in montagna a squadre, che hanno appena conquistato il titolo di vice campioni mondiali a Sapareva Banya, Bulgaria. Per questo, siamo saliti in Valle Brembana per incontrare uno di questi eroi genuini, ancora pieni di umiltà e grandi sogni nel cassetto. Abbiamo chiacchierato con Alex Baldaccini all’ombra delle sue montagne e gli abbiamo chiesto qualche impressione su questa pazzesca avventura tutta italiana.

Alex Baldaccini in ritiro con la nazionale di corsa in montagna - ph. © Maurizio Torri

Alex Baldaccini in ritiro con la nazionale di corsa in montagna – ph. © Maurizio Torri

Vivere un Mondiale è un’esperienza che da fuori non è troppo facile inquadrare. Ci saranno tantissimi instanti che andrebbero salvati nella gallery di uno dei tuoi social, ma raccontaci un momento importante, indelebile che ti sei portato gelosamente a casa dalla Bulgaria.
«Qualcosa che per ma vale più di ogni altra, o meglio, ciò che rimarrà per sempre nella mia mente (finché regge) sono l’affetto e il calore della gente venuta fin là a tifarci. Partenti, amici, fidanzate ecc. Vedere, dopo aver tagliato il traguardo, l’emozione nei loro occhi e nelle loro parole è qualcosa di unico e capire di aver fatto provare certe sensazioni a qualcuno è semplicemente bello, una cosa che ti fa sentire orgoglioso».

E durante la gara? Quando hai capito che stavate compiendo qualcosa di davvero grande?
«Un attimo importante, parlando adesso dei momenti di gara, è stato quando a 1,5 km dalla fine ci siamo ritrovati in 4 azzurri in fila, dall’ottavo all’11esimo posto. L’ho inteso dal tifo degli italiani che erano ad aspettarci nella parte finale di percorso. In quel momento ho capito che potevamo giocarci una medaglia a squadre importante, forse ancora anche l’oro. Non era così scontato, perché nella prima parte di gara c’erano davanti tante maglie degli avversari. E sul percorso non avevo più avuto notizie su chi si trovasse alle mie spalle, quindi non sapevo dove fossero gli altri azzurri, a parte Bernard che era posizionato pochi secondi davanti a me e potevo vederlo. Certo, sapevo che i miei compagni sono dei duri e non avrebbero mollato. Ma ecco, in quel punto di gara ne ho avuto la conferma grazie al tifo».

Come ti sei preparato per questa grande prova? Quali sacrifici hai dovuto affrontare prima di questo trionfo? Perché qualche sacrificio è necessario.
«La mia preparazione non è sempre stata facile. Sono riuscito a liberarmi dagli impegni universitari per una quindicina di giorni fra fine luglio ed inizio agosto, ne ho approfittato per svolgere un periodo di allenamento in quota al Sestrière. Sono quindi tornato in Valle Brembana per un paio di settimane, per poi iniziare il mio tirocinio in una clinica in provincia di Novara. Devo dire che l’ultimo periodo non è stato facile. Ho avuto qualche piccolo problema di salute, senza contare che allenarsi dopo il lavoro non è certo la stessa cosa che potersi allenare al mattino da riposati, come tutti sanno. Però quando c’è un obiettivo a cui si tiene particolarmente si trova sempre la strada per cercare di raggiungerlo. Con sacrifici aggiuntivi, magari anche da parte di chi ti sta intorno. Infine, bisogna usare la testa e avere il coraggio di rinunciare ad un allenamento per favorire il riposo o il recupero. Insomma, serve un pochino di testa, non basta correre».

L'azzurro Alex Baldaccini ph. © Daniele Mangini

L’azzurro Alex Baldaccini ph. © Daniele Mangini

Un occhio sempre attento sugli avversari e uno sui propri compagni. Qual è il senso, il valore di essere parte di una squadra e, più in particolare, quella di corsa in montagna?
«Il nostro è uno sport individuale, ma sentirti parte di una squadra ti permette di trovare quelle energie in più nei momenti di difficoltà, che altrimenti ti porterebbero a mollare. Certo, essere squadra non significa unire 6 atleti e farli correre con la stessa maglietta. È complicato da spiegare… Mi sento parte di un gruppo, che è quello della corsa in montagna in generale. Condividendo gli stessi valori e obiettivi, tutti, fin da subito, diventano parte integrante di esso. È un riconoscersi Mountain Runner e correre per quel gruppo e per quei valori. Credo sia una cosa difficile da comprendere dato che molti mi chiedono perché non mi dedichi alla pista o alla strada. Semplicemente perché in quegli ambienti non c’è questo “senso” della squadra. Quindi non importa se a fine carriera non avrò un tempone sui 10000 m. Quel tempo, ne sono sicuro, non mi avrebbe regalato le stesse soddisfazioni che sto vivendo con la corsa in montagna».

Alex, raccontaci qualcosa di più su quella maglia azzurra… che cosa significa per te essere in Nazionale?
«Lo ripeto sempre. Quando si ha la maglia azzurra sulle spalle, tutto viene amplificato, non si rappresenta solo se stessi o una società, ma un Paese intero. Penso che noi della Nazionale di corsa in montagna siamo la dimostrazione di questo sincero attaccamento, dato che, a memoria, non ricordo un solo ritiro né mio né dei miei compagni durante una gara in maglia azzurra. Questo ci distingue dalle altre discipline, dove di ritiri se ne vedono eccome. Forse proprio quando arrivano le prime difficoltà o quando non si sta andando come si sperava. Per me questo è inconcepibile. Casi di infortunio esclusi, ovviamente».

Ci saranno stati anche per te momenti di sconforto o di difficoltà che ti hanno fatto un po’ vacillare, no?
«Momenti di sconforto ce ne sono sempre, fa parte del gioco. Ad esempio, il giorno prima della partenza per la Bulgaria ho avuto pessime sensazioni in allenamento, tanto da dover terminare prima del previsto. Ho preferito non parlarne con nessuno, forse per cercare di archiviare e dimenticare il prima possibile. Questo momento mi è ritornato in mente solo il martedì successivo alla gara, durante il mio allenamento serale. Se avessi cercato di trovare un motivo razionale, mi sarei fatto condizionare per tutto il weekend, compromettendo persino la gara. Una banalità senza significato avrebbe potuto vanificare il lavoro di settimane. Quindi, a volte, credo sia necessario staccare il cervello e non pensare troppo».

Alex Baldaccini in testa al Trofeo Valli Bergamasche di Leffe 2016 - ph. © Enula Bassanelli

Alex Baldaccini in testa al Trofeo Valli Bergamasche di Leffe 2016 – ph. © Enula Bassanelli

Forse, tra i nostri lettori, qualcuno si chiederà cosa si provi ad essere al tuo posto, dove sei arrivato tu.
«Arrivare dove sono io? In realtà io non mi sento da nessuna parte. Non mi sembra di fare nulla di eccezionale, ma soltanto una cosa che mi piace e che cerco di svolgere al meglio che posso. Come molti altri, non posso dedicarmi soltanto alla corsa. Durante il giorno spesso devo trovare dei compromessi per far quadrare tutto. Credo di essere fortunato ad avere delle doti atletiche, ma capire fino a che punto queste incidano, rispetto ad impegno e voglia di emergere, non è facile».

Alex, un’altra medaglia, un altro Mondiale sul podio. Che progetti hai ora per il tuo futuro azzurro?
«Durante le premiazioni, io e i miei compagni di squadra abbiamo lanciato un nuovo progetto, che speriamo sia il primo tassello per portare un giorno la corsa in montagna alle Olimpiadi. Si tratta di una lettera scritta da noi atleti italiani, ma che speriamo possa condurre alla creazione di un movimento pro-Olimpiadi un po’ in tutti i Paesi».

Sara Taiocchi