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Le origini della diga del Barbellino

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Giunti al rifugio Curò balza subito all’occhio. La diga del Barbellino, qualche centinaio di metri più in basso, non ha sempre la stessa colorazione. Cambia tonalità, dal blu ad un verdone torbido, a seconda della posizione del sole, delle sostanze in sospensione o dall’impeto con cui le valli si gettano nelle sue acque. Il Trobio, in particolare, convogliando le acque di scioglimento della vedretta del Gleno, contribuisce più di ogni altro affluente a scurirle.

La diga del Barbellino vista dal pizzo Coca – foto copyright Mirco Bonacorsi

Sull’altro lato, quello sinistro, il muro di sbarramento chiude ormai da decenni il vecchio decorso del fiume Serio. Alcune cartoline, datate settembre 1903 e raccolte nei libri della storia locale, raccontano ai nostalgici di una conca del Barbellino completamente diversa rispetto ad oggi. A quei tempi il fiume disegnava alcune anse nelle grandi aree a pascolo mentre sulla destra, nei pressi della Val Cerviera, risultava ben visibile la baita utilizzata dai pastori durante il periodo trascorso all’alpeggio. Poi, in un paio di decenni, tutto è cambiato.

La Società Idroelettrica del Barbellino iniziò la costruzione del muro di sbarramento o, forse è più giusto dire, delle strutture logistiche ad essa correlate. Una linea elettrica di media tensione forniva energia al cantiere ed al villaggio degli operai, capace di ospitare 800 persone. Questo occupava l’intera area che si estende oggi tra l’Ostello Curò ed il rifugio stesso. Da Valbondione partivano due teleferiche; una dalla località Torre giungeva al rifugio Curò, l’altra da Grumetti (nei pressi dell’attuale stazione di partenza della funivia) fino al Pinnacolo.

Quest’ultima in particolare, in alcuni periodi dell’anno e grazie all’abbinamento delle funi e forti riduzioni di velocità della traente, consentiva il trasporto di pezzi pesanti, fino a trenta quintali. In questo modo vennero trasportati in quota i mezzi di cantiere. Un ulteriore sistema di trasporto, il piano inclinato in cemento ancora oggi visibile a monte di Maslana, si inerpicava fino alla sinistra del Pinnacolo. Questo fu pronto solo alla fine del 1927. Aveva un carico massimo utile di 60 quintali ed una velocità della fune di 70 centimetri al secondo.

La diga vista dalla strada che conduce al rifugio Barbellino – foto copyright Mirco Bonacorsi

La rotaia su cui scorrevano i carrelli si sdoppiava, per qualche decina di metri, solo a metà percorso in modo che i due vagoncini non si urtassero. Un sistema di “telefonia”, costruito con fili di acciaio appoggiati su isolatori in porcellana, permetteva di trasmettere un segnale convenzionale al reparto macchine, dopo avere vibrato un bastone sul filo stesso.

Una galleria, ricavata sul fianco della montagna ed ancora oggi utilizzata, consentiva poi, ad uomini e materiali, di giungere fino in Valmorta. Sul versante opposto questa proseguiva fino al pozzo piezometrico di Avert, dove la condotta forzata avrebbe poi iniziato la sua discesa verso la centrale dei Dossi.

Il materiale inerte (sabbia e ghiaia) per la costruzione del muro veniva prelevato dalla piana alluvionale del Barbellino e dalla cava in località Sommachel. Il cemento giungeva invece a Ponte Nossa con il treno e quindi a Valbondione con i camion. A Maslana era stato invece allestito il deposito degli esplosivi, come polvere e dinamite.

Di acqua ne serviva moltissima; oltre a quella per impastare il calcestruzzo altra veniva utilizzata per il raffreddamento dei compressori e la lavatura delle fondazioni. A tale scopo erano state posizionate due condutture della lunghezza di 1100 metri che dalla valle Cerviera giungevano fino alla sommità del cantiere. Nei vagli conici il materiale inerte veniva poi separato in base alla sezione prima di finire nelle impastatrici del cemento. I getti iniziarono nell’agosto del 1928 e terminarono nell’ottobre del 1931, con ovvi periodi di inattività legati alle condizioni meteo.

La parte aerea del vecchio piano inclinato – foto copyright Mirco Bonacorsi

Nei pressi del rifugio Consoli/UEB venne poi scavato “lo sfioratore”, galleria di sfogo che consente di far defluire l’acqua in eccesso accumulata oltre i 1868 metri di quota. Per il suo dimensionamento si tenne conto di eventuali eventi catastrofici e permetterebbe infatti di evacuare fino a 140 metri cubi al secondo.

Alcune documentazioni cartacee forniscono oggi tantissimi dati che portano alla luce un mondo completamente sconosciuto agli escursionisti. A quanti, partendo dal rifugio Merelli al Coca e raggiungeranno il passo del Corno resterà, come sempre, solo la sensazione di maestosità di quest’opera.

Mirco Bonacorsi