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domenica, Luglio 21, 2024

Oscar Negroni: quarant’anni di scialpinismo (e trenta Parravicini)

Anche quest’anno la neve si è fatta desiderare ma appena il cielo ha cominciato a liberare i primi fiocchi ed imbiancare i prati la rincorsa degli skialper è partita. Una fame, una scorbutica voglia di neve che solo qualche anno fa non era neppure immaginabile tra gli adepti di questa disciplina. Ma anche questo fa parte dell’enorme metamorfosi che lo sci alpinismo ha subito in un breve lasso di tempo, come ci conferma Oscar Negroni, figura storica dello Sci Club Gromo.

RallyPresolana 27.2.1977 skialp copyright mirco bonacorsi

RALLY PRESOLANA 27.02.1977
Oscar Negroni e Celso Canini

Quest’anno Oscar Negroni festeggerà il suo quarantesimo anno di competizioni sportive, avendo iniziato a gareggiare nel 1977, ma raccoglierà anche il trentesimo gettone di presenza al Trofeo Parravicini, record assoluto della manifestazione. «Spero di poterci essere – esordisce ridendo -. La mia prima partecipazione, con mio zio Celso Canini, risale al 1978, ma la gara venne fermata al passo di Portula per una bufera di neve. Come da tradizione si correva nella conca del rifugio Calvi con gli sci di fondo e la discesa si affrontava utilizzando la tecnica a raspa. Un anno venne disputato a Lizzola a causa dell’indisponibilità del rifugio, chiuso per ristrutturazione».

Lo spirito competitivo non mancava neppure allora ma non faceva registrare i toni esasperati di oggi. «Non era neppure ipotizzabile spostarsi in auto per centinaia di chilometri se la neve non arrivava qui da noi. La preparazione atletica, se così la si poteva chiamare, non esisteva perché ci si allenava con le gare stesse. Oggi, appena la neve si posa al suolo, ci si precipita in montagna. Si va all’assalto del Timogno, per citare un itinerario a me tanto caro. Una volta non era così, si lasciava assestare la neve e poi si partiva con estrema cautela. Una volta, anche durante le gare, la montagna “si viveva”, ci si guardava in giro, oggi si parte a razzo a testa bassa».

Ascoltando le parole di Oscar sembra di vivere vicende lontane anni luce, in contrapposizione a quanto si vede oggi partecipando o assistendo ad una gara di sci alpinismo. Il confronto con il passato cade necessariamente sull’evoluzione dei materiali. «Le prime volte gareggiavamo indossando un paio di jeans, gli scarponi e gli sci da discesa. Erano lunghi 190 centimetri e assieme agli attacchi pesavano 12 chili. La calzata era diversa poiché riuscivi ad alzare il tallone solo di una decina di centimetri, non avevi assolutamente la mobilità che consentono invece i materiali di oggi. E poi c’erano gli zaini, pesantissimi. Anche per le gare di un giorno, si portavano gli indumenti di ricambio, pancetta, salame, pane e magari una bottiglia di vino. La piccozza doveva essere lunga almeno 50 centimetri ed avere il manico in legno mentre la corda non doveva essere inferiore ai 20 metri».

skialp Rally Adamello 1980 copyright mirco bonacorsi

RALLY ADAMELLO 1980
in piedi: Morstabilini Tino – Pellegrinelli Enzo – Canini Celso – Oscar Negroni – Enzo Bonetti
sotto: Giudici Antonio – Negroni Silvio (Dino) – Pasini Rosario
in giacca bianca: Morstabilini Antonio

Oscar ha appena parlato di gare di un giorno e viene quindi spontaneo chiedergli se ve ne fossero di più lunghe. «Certamente, anzi, erano quasi tutte distribuite su due giorni. La stagione iniziava dalle parti di Como e Lecco, nella bergamasca approdavamo verso febbraio. Ricordo un Campionato Italiano in cui partimmo il sabato dalla Valtellina per raggiungere la vetta del pizzo Redorta. Si saliva il canalino con i ramponi ed il termometro segnava 27 gradi sottozero. Tutti soffrimmo di principi di congelamento. Non erano previste condizioni meteo così estreme. La domenica era invece prevista la salita alla Cima del Druet, ancora con condizioni meteo avverse, prima di fare ritorno in Valtellina».

La formula classica di quei tempi era quella dei Rally, con lunghi spostamenti non cronometrati. «Al Rally del Bernina si gareggiava con il sacco a pelo, i vestiti di ricambio e la pala nello zaino. Dovevamo costruire l’igloo dove trascorrere la notte e questo garantiva un bonus di punti. Chi decideva di trascorrerla nel rifugio non accumulava questi punti. Altre gare famose, e che ho avuto la fortuna di vincere, furono il Maffeis, il Guglielmo, il Presolana o l’Adamello, che si correva a tre, e qui mi imposi con Fabrizio Santus e Antonio Giudici. Il Giro del Monviso, altra bellissima gara, la vinsi invece con Maurizio Piffari. Partimmo con le pelli strette, quelle da fondo, poiché l’amico Alfredo Pasini ci aveva detto che il primo tratto era molto scorrevole. Guadagnammo subito rispetto alla seconda squadra, la Gendarmerie francese, ma appena le pendenze aumentarono si riportarono sotto e ci superarono. Decidemmo allora di cambiare le pelli e questo ci consentì di riprenderli e di andare a vincere».

Queste formule, ormai sparite dallo scenario dello skialp, mi incuriosiscono, mi spingono a scavare nella memoria di Oscar alla ricerca di altri aneddoti. «Una volta corremmo il Rally del Gran Paradiso – dice ancora – dopo avere scritto il nostro tempo di gara su un foglio la sera prima. Gli organizzatori spiegarono a tutti il percorso, con sviluppo e dislivello. Ognuno doveva quindi scrivere su un foglio in quanto pensava di completare il percorso. Chi più si avvicinava al tempo ipotizzato avrebbe vinto la gara». Mi viene allora spontaneo chiedere ad Oscar se uno, furbescamente, non potesse regolare la sua andatura, in vista del traguardo per avvicinarsi a tale tempo. «E con quale orologio – mi risponde – ai tempi non esistevano tutte le diavolerie di oggi».

Avrei potuto ascoltare per ore questi racconti, queste storie di vita, ma a malincuore chiudo la mia chiacchierata con una domanda sulle notturne. «È partito tutto 18 anni fa come una salita notturna al chiaro di luna sulle piste di Lizzola. Eravamo in una quarantina, forse qualcuno di più, “armati” di zaini e qualcosa da mangiare una volta giunti in cima. Qualcuno aveva anche una macchina fotografica, magari con un rullino 36 pose per scattare foto che forse avremmo rivisto dopo alcuni mesi». Amarcord. Storie di altri tempi…

Mirco Bonacorsi

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