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Paola Gelpi: l’approccio mentale alla gara. Dove non arrivano le gambe, arriva la testa

Paola Gelpi non ha bisogno di presentazioni, skyrunner comasca del team La Sportiva, maestra di sci alpino, scialpinista, da ragazza ha indossato la maglia azzurra nel canottaggio. Reduce dal secondo posto alla Maga Skymarathon 2021, Paola ci racconta il suo approccio mentale nelle diverse fasi della gara, dalla preparazione fino alla competizione stessa e al post gara.

Paola Gelpi

Ciao Paola, la prima domanda si concentra sul tuo recupero dalla Maga Skymarathon 2021 e su come hai gestito questa gara, ma anche le altre affrontate precedentemente.

Paola esordisce così: «Non ho mai avuto problemi nel recupero post gara, sento solo un po’ le gambe di legno», ma scopriamo che ciò che la mette più in difficoltà sono le gare corte, dove bisogna dare tutto e subito, mentre gare come le Skyrace o Skymarathon la mettono a suo agio, perché il percorso è più lungo e subentra un aspetto ludico e di godimento della gara e del paesaggio stesso.

Questa differenza fra gare brevi e lunghe, Paola la spiega affermando che, nel primo caso, la performance è molto più simile a quella del canottaggio, dalla quale ora si è allontanata e che non sente più sua, mentre, nel secondo caso, il potersi confrontare con distanze lunghe «dove sentire la piacevolezza delle variazioni del proprio corpo» le dà più soddisfazioni. A livello psicologico questo può essere spiegato con la teoria dell’autodeterminazione, la quale ritiene che, se il soggetto sceglie deliberatamente una specifica situazione, il livello di motivazione viene mantenuto o si incrementa per il compito, se invece percepisce che il compito è stato imposto dall’esterno, il soggetto si sentirà meno autodeterminato e meno motivato intrinsecamente.

Dalle precedenti e da queste considerazioni è possibile affermare che alla base di un comportamento autodeterminato ci sia il bisogno di sentirsi artefici dei propri comportamenti, di scegliere il tipo di compito e come deve essere svolto.

A proposito di sensazioni corporee e di gestione della gara, Paola afferma che sono le prime fasi della gara a suscitarle più difficoltà perché «se inizio già subito ad aver problemi fisici quando sto affrontando le prime ore di gara o a non gestirla come vorrei, è molto facile cadere nello sconforto e nella perdita di motivazione. È in queste fasi che non devo mollare di testa, altrimenti poi crollo».

In queste fasi di gara quale strategie mentali metti in atto per continuare?

«Un fattore fondamentale è la situazione ambientale che mi circonda; ad esempio, se ho un avversario davanti a me allora cerco di superarlo o se ho qualcuno dietro di me devo correre più veloce per non perdere posizioni. Un altro aspetto che mi aiuta molto è il pubblico, i volontari e gli altri atleti che supportano con il loro tifo e infondono un bel po’ di adrenalina. Quando ormai sono a metà gara inizio a rilassarmi e a godermi di più la gara e ciò che ha da riservarmi. Se, invece, sono sola nei momenti di sconforto o di crisi la tentazione di mollare è alta».

Dal punto di vista psicologico emerge l’importanza della motivazione a continuare, a credere nelle proprie potenzialità e nella voglia di superare i propri limiti. La teoria dell’automotivazione ritiene che le persone, per svolgere un’attività, siano guidate e sostenute dalla curiosità e dal desiderio di testare le proprie abilità, ma hanno anche bisogno di esercitare altre forme di controllo, tra cui per esempio quelle sul tipo di compito o situazione da affrontare, come avviene del resto in gara.

Altro aspetto psicologico importante da sottolineare è il mantenimento dell’attenzione, cioè il restare concentrati su ciò che sta accadendo. Essa richiede di accettare e osservare gli stati interni che si provano nel presente senza giudicarli. In questo modo l’atleta si distanzia dai propri pensieri ed emozioni assumendo la prospettiva di un osservatore esterno. Proprio questa prospettiva evita che l’atleta venga invaso dai propri pensieri e sentimenti, permettendogli di decidere in maniera cosciente se seguire e perdersi nei propri pensieri o focalizzarsi su qualcos’altro.

Usando questa tecnica, l’atleta guadagna stabilità emotiva e impara a mantenere l’attenzione su quello che sta accadendo in quel momento, ottimizzando la performance sportiva.

Per quanto riguarda il pre gara, come lo gestisci?

«Preferisco non pensare troppo alla gara e a come dovrei impostarla, perché poi, se non va così, in fase di gara inizio a vacillare. Invece, ho imparato che l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, quindi, mi faccio la mia tabella di andamento e mi studio il percorso, ma senza avere troppe aspettative. Il mio maestro di canottaggio Luciano mi diceva che l’ansia è sana solo nei 30 minuti prima di una gara, prima ti logora e basta. È per questo che nei giorni prima della gara cerco di non pensarci, perché poi finisco per andare in stand-by e allora cerco di essere positiva, anche se mi accorgo nella mia routine quotidiana di essere molto più in ansia e di avere paturnie per cose di cui prima non mi preoccuperei mai. Una delle cose su cui sto lavorando è proprio la gestione delle emozioni, perché, come detto prima, nelle fasi pre gara e di inizio gara non sento molto l’adrenalina o uno stress positivo ad essa connesso, che subentrano poi durante la gara. Questo differenzia, ad esempio, l’approccio che avevo in gara in canottaggio e quello che ho adesso. Prima ero molto adrenalinica e nel mood gara, mentre ora sento di più la responsabilità di seguire una tabella, un programma anche alimentare e questo mi frena nel vivermi le emozioni e il mio sé più autentico. Mi definisco un po’ come un “motore diesel” che impiega un po’ prima di carburare».

Paola utilizza una metafora psicologica, infatti, secondo la teoria di Cesare Picco, avere il motore diesel significa avere consapevolezza della posizione che si occupa in un determinato momento e consente di mettere in atto strategie di ipo o iper attivazione che permettano uno spostamento verso la personale fascia ottimale di stress, massimizzando le possibilità di performance positive.

Il motore a diesel è caratterizzato da prestazioni buone sulla lunga durata e se stimolato abbondantemente. La risposta allo stress è tendenzialmente lunga, seguita da una fase di resistenza anch’essa prolungata che permette di gestire una grande mole stressogena o stress molto intensi.

Il post gara, invece, come lo vivi e se non raggiungi l’obiettivo sperato come reagisci?

«Sono una persona che ama mettersi in gioco e non mi sento un’atleta “arrivata”, ma che deve migliorarsi ancora, quindi, ben vengano le sane bastonate. Se non ottengo quanto speravo, ovviamente, all’inizio prevale lo sconforto, la delusione ed il rimuginio, ma questo stato d’animo non dura troppo perché subito mi rialzo e ricomincio più carica di prima. Cerco di capire cosa non è andato e su cosa devo migliorarmi. Il mio metro di paragone per capire se ho fatto una buona gara è come mi sento all’arrivo al traguardo: se ho dato tutto, mi sono alimentata e idratata correttamente e ho spinto come dovevo fare, allora non ho nulla da recriminare, altrimenti, se non arrivo neanche stanca vuol dire che non ho fatto bene ed inizio con il rimuginio. In contrapposizione, durante l’allenamento non sento la differenza tra inizio gara e cambio di assetto dopo la metà gara, anzi la vivo in maniera spensierata perché comunque è una cosa che faccio per me stessa. Molto spesso, nei periodi di stress, non prendo con me neanche il frequenzimetro o il gps perché non voglio pensare ai risultati, ma solo a me stessa e a godermi il momento».

È interessante notare che Paola è in grado, a livello mentale, di non incorrere in un fenomeno psicologico molto frequente, quello del rimuginio post gara o post allenamento.

Per comprendere cosa sia il rimuginio, potremmo ipotizzare che il continuare a pensare all’errore commesso e alle sue conseguenze sulla performance possa distogliere l’attenzione dai successivi compiti motori: spostare le risorse cognitive dall’azione corrente ai pensieri negativi relativi all’errore (“ho rovinato tutto”, “non dovevo fare quell’errore”) fa conseguentemente aumentare la probabilità di cadere in ulteriori errori.

La ruminazione è caratterizzata da pensieri negativi incontrollabili, ripetitivi e altamente concentrati su di sé, o su un singolo tema o avvenimento appena accaduto o relativo al passato. La ruminazione spesso ostacola le persone dal concentrarsi sui compiti contingenti poiché la mente e le risorse cognitive vengono invase da questi pensieri intrusivi relativi ad eventi o situazioni passate.

Secondo alcuni ricercatori però parlare di ruminazione in termini esclusivamente negativi risulta piuttosto riduttivo. La “action-rumination”, invece, implica pensieri più strettamente legati all’azione, all’errore in sé e per sé, incentrati sul compito e su come poter risolvere gli errori appena commessi in modo da migliorare per le occasioni future. I pensieri quindi potrebbero essere: “ok, ho sbagliato quel passaggio perché non ho teso bene la gamba, adesso devo ricordarmelo”, “ho fatto quell’errore, non importa, adesso mi riconcentro sul resto”. Dunque, il risultato finale sembra essere influenzato indirettamente attraverso una riduzione del rimuginio e un miglioramento della regolazione emotiva. Quest’ultima non si riferisce tanto al controllo emotivo, quanto alla capacità di gestire, adattarsi e rispondere alle emozioni.

Perché ciò avvenga occorre essere consapevoli, riconoscere e accettare le proprie emozioni. In secondo luogo occorre mettere in atto comportamenti finalizzati al risultato e inibire comportamenti impulsivi come risposta reattiva alle emozioni negative. Ciò comporta una certa flessibilità o uso di strategie appropriate per modulare l’intensità delle risposte emotive. Infine, occorre lavorare sull’accettazione degli stati negativi come facenti parte della vita.

Visto che sei un’atleta che raggiunge sempre ottimi risultati, questo ti è da sprono o senti la pressione del ruolo che ricopri?

«Essendo un’ex atleta professionista mi piace l’agonismo, dare sempre il meglio di me e gareggiare. Infatti, quando sento che non sono al top della performance cerco di reagire e di dare il meglio di me per raggiungere obiettivi sempre più alti. Tendo a scegliere gare che mi piacciono, proprio perché non voglio avere vincoli ma solo divertirmi e gareggiare in montagna. Anche nelle gare precedenti, ad esempio le Golden Trail World Series e le Skyrunner World Series, dove mi confrontavo con atleti professionisti e di fama mondiale già riuscire ad essere tra i primi 30 vuol dire tanto e questo mi sprona a riprovarci l’anno dopo per migliorarmi costantemente. Le pressioni legate al ruolo non le sento molto in quanto, cercando di dare sempre il meglio di me, non mi sento in difetto e, anche se ho uno sponsor alle spalle, non sento la pressione di raggiungere obbiettivi più elevati. Quello che mi frena, per ricollegarmi a quanto detto prima, ora sento più il peso di essere un’atleta che deve approcciarsi in maniera più razionale alla gara, seguendo quanto viene detto dalla propria allenatrice e dal proprio team e, quindi, mi trovo a scontrarmi con la mia parte giocosa che affronterebbe le gare in maniera meno impostata e il ruolo da professionista che mi impone una certa forma mentis. Nonostante ciò, con la consapevolezza di aver giocato al meglio tutte le mie capacità, vorrei sempre confrontarmi con i migliori anche per la sola soddisfazione di averci provato».

Se si riassume quanto detto in termini psicologici si può parlare di vigoria psicologica, la quale è composta da Commitment, la capacità di provare piacere in ciò che si fa, da Control, un approccio attivo alle situazioni stressanti, e da Challenge, la considerazione dei cambiamenti e delle difficoltà come sfide positive.

Infine, come gestisci la fatica della gara?

«Diciamo che a me la fatica piace, quindi, la sento una mia cara compagna di corsa. Se non sento fatica non mi diverto, anzi la cerco con tutta me stessa. Cerco sempre il giusto compromesso tra l’assenza di fatica e la troppa fatica, perché gli estremi non vanno bene, ma la fatica a me sprona. Credo di essere più portata alla resistenza che alla potenza». A livello psicologico questo vissuto è molto simile allo stato di Flow, cioè uno stato di immersione nell’attività che permette di raggiungere la prestazione ottimale. Quando un atleta si trova nello stato di Flow riferisce che lo sforzo necessario per la prestazione è minimo, lo sforzo fisico e mentale si riduce per lasciare il posto ad uno stato di piacere costante e di totale rapimento dell’attimo presente.

Presto vedremo gareggiare Paola Gelpi alla Grigne Skymarathon, gara a cui tiene particolarmente. Nonostante nei giorni che anticipano la prova lei cercherà di distrarsi pensando ad altro, quando si troverà ai nastri di partenza Gelpi sarà, come sempre, una delle atlete in lizza per il podio o la vittoria. Consapevole che – parafrasando le sue parole – “dove non arrivano le gambe arriva la testa”.

Claudia Bassanelli
Psicologa clinica e neuropsicologa

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