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martedì, Settembre 26, 2023

Premio Alpinistico Marco e Sergio dalla Longa: vincono Zanetti e Beni con Maleficent

Selezionate, raccontate e celebrate a Nembro (Bg) le migliori imprese alpinistiche del 2015. Il Premio Alpinistico Marco e Sergio dalla Longa va a Francesco Beni e Fulvio Zanetti che aprono una nuova via sul Cimon della Bagozza. A Luca Bana il riconoscimento riservato ai giovani talenti. 

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Nembro (Bg), 27 febbraio 2016 – Precisamente nel giorno in cui la vetta del Nanga Parbat, per la prima volta nella storia, veniva calpestata nella sua glaciale versione invernale, e l’impresa senza precedenti veniva compiuta da un alpinista bergamasco di valore mondiale, Simone Moro, che ha raggiunto l’obiettivo con uno stile pionieristico (niente ossigeno, niente pile riscaldanti negli scarponi… e per una serie di contingenze, scarso acclimatamento), calato nella parte a tal punto da scegliere il silenzio e non comunicare con il resto del mondo neppure attraverso il web, ebbene, in quello stesso giorno, in provincia di Bergamo, a Nembro, terra fertile e viva di alpinismo e alpinisti, si assegnava il Premio alpinistico fratelli Marco e Sergio Dalla Longa.

Pointe du Ribon – Parete nord est – Goulotte Liv-Ice
In concorso, selezionate per l’ambito riconoscimento designato dal Cai di Bergamo, Cai Nembro, Club Alpino Accademico Italiano e Gan Nembro, sette ascese alpinistiche compiute nel 2015. Hanno esordito, sul palco dell’auditorium – durante la serata condotta da Paolo Cattaneo – Franz Rota Nodari, Mara Babolin e Remi Scaglioni. I tre, avvicinandosi seguendo la val Viù, hanno risalito l’inedita Goulotte Liv-Ice sulla parete nord est del Pointe du Ribon (3527 m slm), su pieghe di ghiaccio e divertenti bastionate al confine fra Piemonte e Francia.

Massiccio Bavella – Via Acces Interdit
La Corsica, parco dei divertimenti naturale per i climber di tutta Europa, è stata al centro della seconda impresa. Maurizio Tasca, Davide Spini e Giovanni Ongaro si sono cimentati sul granito strapiombante del massiccio della Bavella. La via Acces Interdit, inventata osservando i diedri che tagliano a zeta la roccia scura, è stata ideata verso la fine di maggio, sfidando la pioggia che per lunghi giorni ha inzuppato le guglie svettanti nella foresta e i larici plasmati dai venti marini.

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Monte Elbrus – Parete nord
L’alpinismo non ha età e riesce a stringere a sé, in una sola cordata, generazioni passate e future, coniugate in un presente fatto di condivisione quotidiana, trasferimento di esperienze di alpinismo sopraffino, miscuglio di dialetto bergamasco e lingue caucasiche, cristallizzati in un progetto che ha portato sulla sommità dell’Elbrus (5462 m slm) la spedizione internazionale formata da dieci alpinisti (italiani, polacchi e russi) tra cui Mario Curnis, affiancato da Matteo Gallizioli e Denis Urubko. Il tentativo in invernale, preceduto da un trasferimento in auto di 1600 km nelle lande sovietiche, rientra in un più ampio e ambizioso progetto portato avanti da Denis Urubko, che consiste nel formare sul campo giovani alpinisti. Il generale inverno, sull’Elbrus, il 10 dicembre scorso, si è mostrato in tutto il suo rigore: di notte, con le tende sballottate dal vento, la temperatura raggiungeva i meno 35 gradi.
Scalando la cima annoverata fra le seven summits del pianeta, Mario Curnis ha potuto trasmettere ai giovani conoscenze uniche e preziose come solo i migliori alpinisti al mondo possono fare. Ma il 79enne bergamasco, pietra miliare della disciplina, non si è limitato a insegnare ai compagni leggi e tecniche della montagna. Ha fatto molto di più. Partendo dal presupposto che nessuno studioso, attualmente, ha mai analizzato il fattore dell’acclimatamento sulla base dell’età, ci ha pensato lui, sperimentandolo sulla propria dura pellaccia temprata da ogni genere di difficoltà in ambiente naturale. Curnis ha constatato che per un alpinista della sua età il tempo necessario all’acclimatamento è superiore del 50 percento rispetto ai più giovani. Questo dato non frena certo il suo entusiasmo verso future mete elevate: «Con gli amici giusti, la voglia di avventura torna!».

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El Capitan – Yosemite Valley – Via Mescalito
Trasferta oltreoceano, nel mondo incantato dello Yosemite, per la quarta scalata candidata al premio. Tra granito e sequoie che perforano il cielo altissimo sopra alla verde vallata californiana scavata da fragorose cascate, Rosa Morotti, Tito Arosio e Norbert Joos si sono gustati due itinerari granitici. Deviando parzialmente rispetto all’obiettivo principale, temporaneamente occupato da un team di climber tedeschi, si sono alzati per 600 m di dislivello compiendo la prima salita in due giorni e mezzo (ne avevano previsti cinque). Scesi in valle, neppure il tempo di rifletterci, e via di nuovo ad attaccare una parete, quella prestabilita, nel frattempo liberatasi. Rosa, vera anima del trio di cordata, forte come le rocce su cui issarsi e dolce come il suo nome nel portare con sé il giovane Tito Arosio, ha completato la via Mescalito di El Capitan (mille metri a piombo sulla valle) in meno tempo del previsto. Una cordata impiega normalmente otto giorni. Loro invece, allo scoccare del mezzogiorno del sesto dì, esultavano con un grido liberatore e gioioso dalla vetta di El Capitan. In mezzo, cinque bivacchi e oltre 100 kg di materiale.

Pizzo del Diavolo di Tenda – Parete nord est – Via Tommaso Gully
Alle volte, le vie nascono un po’ per caso. Capita che, avvicinandosi alle pendici di un monte, il cammino si protragga più del solito, e conduca verso una parete poco frequentata. Così è accaduto a Fabio Chiesa e Mauro Soregaroli, che il 20 dicembre hanno salito il Pizzo del Diavolo di Tenda dal versante nord est. Trovatisi nel grande anfiteatro innevato, volgendo lo sguardo in alto, verso il pizzo, hanno individuato una sinuosa e invitante linea di ghiaccio e misto. Non è rimasta alcuna traccia umana del loro passaggio, salvaguardando l’eleganza primordiale della goulotte appena esplorata e rinominata via Tommaso Gully.

Cimon della Bagozza – Via Maleficent
Non sempre fila tutto liscio. Quando si procede all’apertura di una nuova via, va messa in conto la rinuncia, ma si spera non accada proprio a te, alla tua idea. Nessun intoppo, sul Cimon della Bagozza, per Francesco Beni e Fulvio Zanetti. La loro impresa è riuscita, sorprendentemente facile nella sua complessità. «Trovate le esatte sequenze di buchi, tutto è andato per il verso giusto. Non ci era mai successo». Un’impresa vera e propria, da inserire nel libro della storia alpinistica orobica, quella realizzata dai due alpinisti bergamaschi sulla vetta scalvina, che è valsa loro la vittoria nella nona edizione del premio Dalla Longa. Gli approcci di Fulvio Zanetti alla parete settentrionale del Cimon della Bagozza risalgono a una quindicina di anni fa. Un errore commesso lungo la via Cassin (aperta nel 1934) spostò la sua attenzione verso un itinerario inesplorato, una linea che ancora non esisteva. Tornato sul posto nel 2014, sospeso fra le nubi dense della cima e i colori sgargianti delle fioriture dei Campelli, ha cominciato la risalita della nuova via, poi nel giugno del 2015 i due hanno liberato le due lunghezze più impegnative. Lavorando sodo in posizioni aeree, applicando tecnica su gradi elevati, hanno dato forma e sostanza a ciò che mancava. Lo hanno chiamato Maleficent, il loro capolavoro da vertigine. «Un nome in bilico tra l’accezione positiva, data dalla bellezza della roccia e della linea tracciata, e negativa, generata dalla fama oscura che avvolge il Cimone della Bagozza».

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Monte Aga – Via SuperPiter
Se ne sta, lungo e affilato, sopra il rifugio Longo. Il lago del Diavolo ne raccoglie le pietre, il passo di Cigola ne è la principale chiave di accesso. Fra le mire alpinistiche di Marco Kita Tiraboschi, da qualche tempo, c’era il monte Aga, che però sfuggiva beffardo ai tentativi di apertura di nuove vie. Nel 2015, Marco Tiraboschi, insieme a Yuri Parimbelli ed Ennio Spiranelli, ha effettuato un nuovo sopralluogo. «Il nostro jolly», hanno detto di Ennio. «Ho accettato in un attimo, impossibile dire di no a due guide alpine», ha ribattuto lui. Saliti in jeep al rifugio, con il fiuto dei maestri, hanno individuato una linea da pennellare con i tiri di corda. Ma, nell’attaccare la via, un’incognita li ha impensieriti. Una cinquantina di metri più avanti, infatti, eccoli addentrarsi circospetti in una cavità rocciosa, passaggio obbligato. Sollevando gli occhi, però, la sorpresa più bella e inaspettata. Raggiungendo una luminosa apertura circondata da pallido ghiaccio, fuoriuscire era possibile. Proseguendo oltre, la linea incominciata si è rivelata particolarmente intrigante e divertente, ma niente affatto semplice. «Usciti dalla grotta – ha ammesso Ennio – eravamo convinti di aver svolto il lavoro più duro. Invece il terzo tiro è stato il più difficile che abbia mai fatto. Il ghiaccio era fragile, per fortuna ero il secondo di cordata». Inaugurata la via SuperPiter, il messaggio che se ne trae è rivolto ai giovani di montagna: «Provate nuove vie, scrutate la parete con i vostri occhi, cercate le linee, non importa che siano facili o difficili. A volte è necessario abbandonarle, ma portarle a termine non è l’obiettivo più importante. Sperimentate le novità. Hanno un fascino impareggiabile». Parola di Ennio Spiranelli.

Il giovane talento
E a proposito di messaggi alle nuove leve, nel corso della serata è stato assegnato a Luca Bana il premio riservato ai giovani. Il diciottenne di Premolo si sta distinguendo nell’ambiente dell’arrampicata con elevate performance e il raggiungimento dei gradi 8a e 8b. Il riconoscimento gli è stato consegnato da Mario Curnis. Nelle mani di Luca il futuro della disciplina: talento, passione, dedizione e serietà lo possono portare lontano.

Enula Bassanelli 
Crediti foto © Flavio Rota

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