Banner alto

Banner alto

Rifugio Tagliaferri, il più alto della bergamasca. Francesco, gestore dal 1985, fa il bilancio della stagione

Condividi su:

Il sole illumina già da ore i versanti erbosi mentre, da lassù in alto, il rifugio Tagliaferri domina la valle del Vò e le Orobie. Con i suoi 2328 metri risulta infatti il rifugio bergamasco posto alla quota più elevata. Supera di 33 metri un altro “calvario escursionistico”, ossia il Brunone.

rifugio_tagliaferri_photo_credit_mirco_bonacorsi_copyright

rifugio Tagliaferri, 2328 m slm – photo credit Mirco Bonacorsi

Schilpario (Bg) – Dodici chilometri di sentiero, o poco meno, direbbero oggi i Gps in dotazione a molti escursionisti, conducono da Schilpario al rifugio Nani Tagliaferri. «Certo, oggi la tecnologia fornisce una grossa mano in questo senso – ci dice il gestore Francesco Tagliaferri – ma a quei tempi non esistevano. Lo misurammo nel 1986, dopo l’ennesima discussione nata tra noi alpinisti ad un tavolo del rifugio. Ognuno sparava una cifra, un chilometraggio diverso. Questo invogliò me ed il grande Giulio Capitanio a passare ai fatti pratici. Una mattina, dopo avere recuperato una di quelle ruote metriche utilizzate dai geometri per fare le misurazioni, partimmo da Ronco. Undici chilometri e settecento metri decretò quell’arnese una volta arrivati fuori dalla porta del rifugio».

Quasi dodici chilometri dunque, che ancora oggi sono scanditi impietosi dal conto alla rovescia riportato su alcuni massi posizionati al margine della mulattiera di origine militare. Come da tradizione, a settembre ospita il Trofeo Tagliaferri di corsa in montagna che vede sfidarsi molti dei migliori interpreti della specialità. La gara si svolge a coppie, praticamente sei chilometri a testa, da coprire nel minore tempo possibile. Al primo frazionista spetta tuttavia il compito più gravoso. Deve infatti coprire circa 800 metri di dislivello, contro i 500 del secondo. Qualche anno fa, sugli ampi tornanti che caratterizzano il secondo tratto, alcuni atleti andavano alla ricerca della linea di massima pendenza per “limare qualche centinaio di metri”. Dall’alto si sentirono rimproverare da una voce minacciosa che ammoniva: «Se tagliate ancora una volta vi squalifico». Il tempo record resta quello fatto segnare dai bergamaschi Berizzi e Cornolti, che fermarono il cronometro a 1h03 minuti.

Bazzana e Boffelli

gli atleti Bazzana e Boffelli nell’ultima edizione del Trofeo Tagliaferri

Il rifugio è dedicato a Nani Tagliaferri, fratello di Francesco, perito tragicamente nel 1981 durante una spedizione sul Pukajirka. Sulle Ande peruviane, questa porzione di catena montuosa, che supera i 6000 metri di quota, non conta tuttavia un numero elevato di ascensioni poiché il villaggio di accesso è relativamente isolato. Francesco gestisce il rifugio dal 1985 dopo che, assieme a familiari ed amici, si impegnò per dare forma al progetto che Nani aveva cullato nella sua mente per molto tempo. Su di un ampio terrazzamento alla testata della valle del Vò si gettarono quindi le basi di questa nuova struttura alpina.

«Ci siamo trovati tutti assieme – dice Francesco – ed abbiamo deciso di finanziare di tasca nostra il progetto tanto caro a mio fratello. Solo successivamente il rifugio Tagliaferri è stato ceduto al Cai di Bergamo che ha stanziato i contributi necessari per l’ampliamento eseguito nel 1998 e per il miglioramento energetico nel 2008. Abbiamo installato un impianto eolico ed uno fotovoltaico. Ci consentono di alimentare tutta la struttura nonché fornire di acqua calda le quattro docce presenti. Tutti accorgimenti atti a migliorare il confort degli escursionisti».

Nel 1997, grazie alla collaborazione con la sezione Cai di Aprica, nei pressi del rifugio Tagliaferri è stata posata una campana commemorativa in ricordo dei caduti della montagna. «Abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con la sezione valtellinese – dice ancora Francesco – che si traducono, tra le altre cose, nel gemellaggio che nell’ultima domenica di luglio ci vede riuniti al rifugio per la celebrazione di una Messa commemorativa».

Chiediamo lumi circa il vecchio cannone posto all’esterno del rifugio. «Lo abbiamo acquistato da un privato, grande appassionato di questi cimeli storici, e poi portato in quota nel 1997 con l’ausilio di un elicottero». Il rifugio è anche tappa intermedia del sentiero naturalistico Antonio Curò. Itinerario studiato dal Cai di Bergamo per ripercorrere, in parte, la vecchia mulattiera costruita a scopi bellici, ma fortunatamente mai utilizzata. Il sentiero ha uno sviluppo di circa 19 chilometri e si snoda tra il rifugio valbondionese ed il passo del Vivione, transitando appunto al Tagliaferri.

Ma con Francesco vogliamo fare anche il punto della stagione appena conclusa. «A giugno e luglio è stata pessima, molti fine settimana sono stati caratterizzati dal maltempo. Agosto e settembre ci hanno però ripagato perché abbiamo lavorato molto bene. Ritengo che tra gli escursionisti vi sia una carenza nella fascia di età tra i 17 ed i 20 anni. Forse perché i ragazzi preferiscono andare a morose in pianura, dove si fa meno fatica. Rispetto a molti anni fa il turista chiede di poter usufruire di una doccia, di un menù più ricercato, senza però dimenticare i disagi a cui siamo costretti a far fronte».

L’inverno è alle porte e ci concediamo da Francesco con il ricordo dei tanti metri di neve che cadono sempre a queste quote. «Nel 2002 ne sono scesi oltre quindici metri nell’arco dell’intera stagione invernale. Ben diversa la situazione quest’anno. Anche se posso segnalare che a inizio dicembre al rifugio si potevano misurare circa 130 centimetri di neve».

Mirco Bonacorsi