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Il “no” di Simone Biles è un atto di resistenza che ogni atleta dovrebbe fare proprio

Simone Biles olimpiadi
photo credit Leonard Zhukovsky / Shutterstock

Tokyo 2020: cosa ci insegna il caso del ritiro di Simone Biles alle Olimpiadi

Simone Arianne Biles è una ginnasta statunitense, vincitrice di sette medaglie alle Olimpiadi e di venticinque ai Campionati del Mondo. È la prima e unica ginnasta nella storia ad aver vinto cinque titoli mondiali nel concorso individuale. Ha 24 anni ed è considerata da molti come la migliore ginnasta della storia. I suoi esercizi infatti sono composti da difficoltà rivoluzionarie.

Quest’anno è balzata alle cronache per aver rinunciato, dopo la gara di qualificazione, alla finale a squadre e all’individuale all-around nella sua disciplina alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Le prime spiegazioni davano il ritiro come una conseguenza ad un infortunio alla caviglia, subito smentite dalla stessa Biles, la quale ha affermato con un post sul suo profilo instagram che: “appena metto i piedi sul tappeto sono solo io e la mia testa e ho a che fare con i miei demoni”, aggiungendo, “di dover fare ciò che è giusto per me e di dovermi concentrare sulla mia salute mentale, in quanto è prioritario proteggere la mia mente ed il mio corpo piuttosto che fare quello che il mondo si aspetta da me”.

Queste poche righe hanno scoperchiato un mondo invisibile agli occhi dei tifosi, ma ben conosciuto da tutti gli atleti di qualsiasi livello e disciplina. Infatti, dopo di lei molte altre atlete della ginnastica artistica hanno fatto coming-out, riscuotendo consensi e supporto dai presenti in gara a Tokyo, non solo in quella disciplina, e dal mondo sportivo in generale. Di quali demoni parla Biles?

Oltre a tormenti psicologici, Simone Biles parla di “twisties” (letteralmente colpi di scena). In gergo tecnico essi sono una “perdita di figura” cioè, improvvisamente, l’atleta perde il controllo del suo corpo. La sensazione è paragonabile ad una disconnessione che porta al disorientamento. L’atleta perde, quindi, la propria propriocezione. Le principali cause di questa sintomatologia sono stress, ansia e pressione sociale. Ciò che più colpisce dell’affermazione dell’atleta è che mente e corpo non sono separate e la loro interazione è fondamentale in qualsiasi sport. Gli studi psicologici su tale interazione ormai si sprecano, in quanto tutti i vari orientamenti concordano su un’innegabile relazione tra corpo e mente. Un chiaro esempio può essere quello del semplice allenamento: se la mente ed il corpo dialogano allora le performance sono ottimali, ma quando si assiste ad una loro disconnessione iniziano ad esserci i primi segnali d’allarme.

Segnali non sempre di facile interpretazione per un atleta in quanto egli può iniziare a fornire una serie di prestazioni negative oppure a manifestare una scarsa attitudine verso lo sport contrariamente a quanto avveniva fino a poco prima. Si sono inoltre registrati casi di cambiamenti importanti a livello emozionale a seguito di una serie di disturbi a livello fisico. In particolare, nelle prime fasi, gli atleti possono semplicemente iniziare a sentirsi affaticati, stanchi, con mancanza di energia e limitata resistenza, nonostante mostrino esternamente segni di benessere fisico e psicologico.

Una cosa molto importante è non sottovalutare il mancato dialogo ed armonia tra corpo e mente, ma cercare di capire cosa sta succedendo dentro di sé perché, come ci insegna Biles, la cosa più importante è non fare male al proprio corpo. Quando esso ci manda i primi segnali d’allarme è giusto fermarsi un attimo e capire cosa sta accadendo e se necessario fermare l’allenamento o la gara per non incappare in infortuni o altri eventi ben più gravi.

Un valido aiuto a tali situazioni giunge dalla psicologia ed è la capacità del nostro cervello di ricorrere all’immaginazione motoria (dall’inglese “motor imagery”). Essa consiste, dal punto di vista dell’atleta, nella capacità di creare una rappresentazione di un movimento senza implementare una risposta motoria. La motor imagery (MI) può essere suddivisa in visual imagery e kinaesthetic imagery. Nel settore sportivo, la visual imagery è stata suddivisa in Visual Internal Imagery e in Visual External Imagery.

La visual internal imagery fa riferimento alla visualizzazione di un atto motorio in prima persona. L’atleta immagina/visualizza le parti del suo corpo muoversi come se avesse una telecamera sul capo, mantenendo quindi delle coordinate spaziali di tipo egocentrico. La visual external imagery invece fa riferimento alla visualizzazione di un atto motorio in terza persona. L’atleta immagina se stesso da fuori nell’esecuzione di un atto motorio. Nel secondo caso, quindi, l’atleta è spettatore di se stesso.

Gli atleti professionisti sembrano utilizzare immagini motorie in terza persona nella fase di consolidamento o perfezionamento di un atto motorio. Essi, infatti, data la vasta gamma di esperienze a cui hanno preso parte e conoscendo alla perfezione il proprio corpo e le sue reazioni hanno imparato a spostare il focus prima su se stessi nelle fasi di apprendimento, per migliorare la prestazione del gesto singolo, e poi a concentrarsi sugli aspetti esterni che prevedono l’articolazione dei vari gesti in relazione al movimento dell’avversario e/o compagni di squadra.

Quanto detto non avviene solo per atleti di alto livello. Sono infatti tecniche che ogni atleta può imparare, su cui allenarsi per migliorare la propria percezione di sé nello spazio e la propria performance.

Ad esempio, se mi sto approcciando alla corsa e non ho alcuna esperienza, inizialmente mi concentrerò sull’apprendimento della giusta coordinazione dei vari arti, su come appoggiare il piede a terra in modo che lavori tutta la pianta e come essa mi permetta una falcata più ampia oppure a gestire la respirazione senza andare in apnea o in affanno. In questo momento sto costruendo un’immagine mentale di me stesso in movimento. Quando tale schema viene assimilato, grazie al costante allenamento, posso iniziare a riprodurlo mentalmente e a focalizzarmi su quali movimenti vanno cambiati o su come gestire la respirazione durante l’allenamento o la gara.

Questo mi permette di fare un passo in avanti, in quanto sono in grado di comprendere come il mio corpo si muove nello spazio in varie situazioni, ad esempio in salita od in discesa, e modificare tutti quegli aspetti che non permettono di giungere a una buona performance. Maggiormente saranno consolidati gli schemi interni, più probabilità avrò di imparare a vedermi dall’esterno, come uno spettatore in gara, e ad avere a disposizione più possibilità di scelta riguardo al gesto e all’azione da mettere in atto.

L’immaginazione motoria consente quindi di apprendere nuovi atti motori e di perfezionare quelli precedentemente appresi ed è alla base della creatività, cioè di quella capacità di formare e combinare rappresentazioni diverse di uno stesso gesto. Questo aspetto è molto importante durante una competizione perché il corpo, in simbiosi con la mente, è in grado di far fronte a vari tipi di situazioni ed imprevisti con immagini motorie diverse dello stesso gesto. Ad esempio, molti atleti, prima di una gara, immaginano se stessi muoversi lungo il tracciato e pensano ai movimenti migliori da compiere, se percepiscono un gap sono in grado di cambiare movimento immaginandone uno migliore e maggiormente adattivo.

Pertanto, a differenza di ciò che si può pensare, lo sport non è solo fisico, ma bensì un costante connubio tra attività fisica e mentale. L’attività sportiva richiede costanza e impegno nell’allenamento, volontà di tener duro di fronte alla fatica e ai sacrifici, capacità di sopportare la pressione emotiva di una gara e dei giorni che la precedono. Con lo sport l’atleta costruisce l’immagine che ha di sé in relazione ai propri limiti e obiettivi, alle proprie motivazioni, agli avversari e al pubblico. Più riuscirà a utilizzare le proprie risorse per mettere in campo performance di livello, più ne potrà trarre un’immagine di sé efficace, competente e di valore.

La concentrazione, l’autocontrollo, la conoscenza del proprio modo di pensare, sentire e comportarsi di fronte a una competizione sportiva sono tutti ambiti sui quali ci è possibile intervenire e che è possibile potenziare al fine di affrontare la gara con il miglior equilibrio psicofisico possibile. Le emozioni disfunzionali che spesso si associano a una competizione non sono eliminabili, ma gestibili, ad esempio tramite pratiche di allenamento mentale (meditazione e tecniche di rilassamento).

Da quanto detto, emerge anche che il contesto sociale ha un’enorme importanza sulle prestazioni di un atleta. Se le pressioni esterne (ad esempio gli sponsor, le aspettative del pubblico, un record da mantenere o da battere…) sono molto alte o se l’atleta le percepisce come tali – come avvenuto per Biles per una sua volontà di buona performance – sicuramente la gestione dello stress dovrà essere una capacità acquisita e gestita. Quando il livello di stress aumenta, come avvenuto per Simone Biles, è facile vacillare. Questo giustifica, ad esempio, non aver raggiunto un buon tempo o un buon piazzamento ad una gara, ma la capacità di resilienza, cioè la capacità di far fronte agli stress della vita in maniera adattiva, può essere utile per rialzarsi più forti di prima.

Altro insegnamento che ci giunge da Simone Biles riguarda la motivazione; infatti, l’obiettivo principale della motivazione alla riuscita è quello di misurare le proprie abilità mediante il raggiungimento di successi, svolgendo attività a cui viene attribuita importanza da parte di chi le svolge. Ad esempio, per un runner la motivazione alla riuscita può essere rappresentata da una diminuzione del tempo per lo stesso chilometraggio oppure dal riuscire a terminare una gara con un buon posizionamento. C’è da sottolineare che gli obbiettivi che un atleta si pone sono diversi per ciascuno, ma ciò che sta alla base della motivazione alla riuscita è lo stress positivo che essa genera nella mente dell’atleta. Avere dei propri obiettivi da raggiungere e fare di tutto per raggiungerli stimola nel corpo e a livello cerebrale la produzione di endorfine e di altre sostanze chimiche che da un lato aiutano a sopportare meglio la fatica e dall’altro influiscono positivamente sullo stato d’animo. Questo fa capire quanto la motivazione alla riuscita possa davvero far raggiungere obbiettivi impensabili, grazie anche ad un’interazione tra il corpo e la mente.

Quindi, se aumenta la motivazione aumenta anche il successo, invece, se decresce la motivazione, aumenta l’insuccesso. Questo è quanto avvenuto in Simone Biles quando ha deciso di salire sulla trave alle Olimpiadi e di vincere la medaglia di bronzo. La sua motivazione a riscattarsi e a reagire ai “suoi demoni in testa” è stato ciò che l’ha spinta a riprovarci e a rimettersi in gioco, anche quando la ginnasta statunitense aveva tutte le attenuanti per non partecipare. Ciò che può essere percepito come un insuccesso può essere la motivazione a riprovarci e a rimettersi in gioco con tutto se stessi.

Grazie a Simone Biles per la sua dimostrazione di umiltà e di riconoscenza dei propri limiti. Grazie per essere stata prima di tutto un essere umano e poi un’atleta.

Claudia Bassanelli
Psicologa clinica e neuropsicologa

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